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Fai bei sogni libro di Gramellini Massimo

 
Sinossi a cura di sandra pisano

“Fai bei sogni” è la storia di un dolore immenso, troppo grande per un bambino ancora troppo piccolo per capire, e troppo sensibile per poter accettare. È la storia di un tradimento del legame più forte, quello che nasce dalla pancia e si impregna di anima e sangue. È il legame con la propria madre: la base sicura di tutti i possibili legami. E in questa storia, la rottura di questo legame e l’incapacità degli altri adulti di restituire un senso credibile, apre una voragine nell’animo del bambino, che ancora da adulto, con la sua anima bambina, ferita deve fare i conti con questo dolore, con la paura di amare. La storia di Massimo Gramellini è in qualche modo, in misure e forme diverse, la storia di molti di noi. Di tutti quelli che ancora da adulti non sono riusciti a dare un nome alla difficoltà di andare avanti nel campo dell’amore, ora un campo minato di dolori senza titolo, ma non per questo meno dilanianti. Proprio come uno specchio guardato di traverso, sembra riflettere altro da noi, allo stesso modo questo intenso romanzo, costringe da una distanza di sicurezza, a guardare dentro di noi attraverso l’ancestrale terrore dell’abbandono, del rifiuto o della perdita delle persone amate. “Fai bei sogni” è una lente sui dolori che i bambini a volte sperimentano muti, sommersi dai dolori e dalle negazioni degli adulti, incapaci a loro volta di trovare un senso, che i bambini, limpidi sanno suggerire se ascoltati.

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I Commenti degli Utenti
Più linearità avrebbe giovato
ginspa, 08 03 2012
3

Qualche anno fa ho pubblicato un libro di ricordi della mia infanzia e ripenso a quanto mi è stato difficile evocare la figura di mia madre. Di lei avrei voluto dire tutte le virtù: mostrarne la tenerezza pudica, la generosità del cuore e soprattutto la capacità che aveva di perquisirmi l’anima, ma troppo era il timore che la parola suonasse stonata per un eccesso di vibrazione, che il racconto si facesse troppo facilmente celebrativo. Ho preferito perciò, per evitare o per attenuare il rischio di un pathos del tutto scontato, parlare non ‘di’ mia madre, ma ’con’ mia madre che dopo la sua morte sentivo sempre vicina: muta e viva. Questa premessa per dire che il nuovo libro di Massimo Gramellini contiene pagine toccanti che suscitano la commossa partecipazione del lettore. E tuttavia ho delle riserve da esprimere sulla strategia narrativa adottata, una strategia che instilla nel mio animo una sensazione di artificioso. Annunciando in limine al suo libro un mistero da svelare, l’autore finisce col prospettare a chi legge un itinerario in cui poco contano le tappe e sola riveste importanza la meta. Strategia, questa, che può andar bene per un romanzo giallo, ma che qui (almeno a mio avviso) stona. Mi sarei aspettato che Gramellini parlasse "con" la madre e, invece, il racconto si dipana attraverso una serie di "incidenti" di percorso che funzionano come "apposizioni ritardanti" cui è affidato il compito di creare ’suspense’ e di preparare la scena-madre finale. Può darsi che questa scelta narrativa sia stata fatta apposta per stuzzicare l’attenzione e per tener vivo l’interesse del lettore. Personalmente, in una materia che tanto si addice al confessionale del cuore, avrei preferito un racconto più lineare. Svelato il mistero fin dall’inizio, il "figlio abbandonato" avrebbe potuto dialogare "con" la madre per chiederle spiegazioni, per piangere con lei, per dirle quanti patimenti gli era costato quel suo improvviso partire. Ma forse divago e ho l’aria di consigliare a Gramellini di dire ciò che lui (per adottare e adattare le parole messe in epigrafe al suo libro) "non voleva dire"