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Dizionario delle cose perdute

di Francesco Guccini edito da Mondadori, 2012

Dizionario delle cose perdute libro di Guccini Francesco

Recensione Unilibro a cura di Vipera

Francesco Guccini, famosissimo cantautore di musica leggera, è anche uno scrittore di talento, che racconta, con la stessa profondità di sentimenti che usa nella musica, storie della gente nella sua quotidanità. In questo Dizionario delle cose perdute, Guccini ci accompagna in un viaggio nella memoria dei suoi ricordi, quelle piccole cose che ci ricordano il passato, e che rivivono tramite la sua penna in pensieri di un’epoca ormai tramontata e che ritornano con nostalgia. Guccini rievoca i bambini di un mondo contadino e genuino, avvezzi a passare la giornata per strada, riporta alla luce costumi e usi ormai perduti, ma che trasmettono l’idea di uno ieri che non dovrebbe andare dimenticato, si tratta di anni spensierati durante i quali la tecnologia era pressoché inesistente e la socializzazione era ad un livello più elevato di quello odierno, quando i giochi dei bambini erano palline di plastica o, nel migliore dei casi, il Meccano; bambini che, puntualizziamo, giravano in calzoncini corti anche d’inverno. Il libro è una lettura piacevole, elegante e scorrevole, un’opera che porta il lettore a riflettere e confrontare le due diverse epoche.

Informazioni bibliografiche

 
I Commenti degli Utenti
Quando i costumi erano di lana e le siringhe si bollivano
Rossella Manzo, 21 05 2012
3

In sintonia con le canzoni, in questo testo, Guccini, ci canta qualcosa che non c’è più. Con il sapore della scoperta dell’antico, e del ricordo di un passato che sembrava dietro l’angolo, ritroviamo e riconosciamo, nelle sue parole, oggetti, modi di fare, pensieri, modi di essere, che per chi ha superato i quaranta, hanno un gusto ben riconoscibile. Non è un testo giudicante, eppure dalla lettura viene fuori un po’ di malinconia e di bacchettate a un mondo che ha perso tutta la bellezza del selvaggio coinvolgimento, dei giochi semplici, dello stare insieme, delle parole, delle bevute, della convivenza, del senso di comunità, dell’aiutarsi, dell’importanza e del timore verso le cose “li guardo stupito, meravigliato e un poco spaventato, un po’ come mia nonna paterna quando, un giorno, scesa dalla montagna per una visita, la sorpresi di fronte al telefono che squillava. Lo guardava sgomenta e mormorava: «O peveretta me, adesso cosa devo fare?» E se per molte cose ci viene spontaneo sospirare al loro ricordo, per altre magari ci accorgiamo di aver dimenticato o non vissuto in pieno ma si è consapevoli della loro passata esistenza. E tutti i ricordi sono a testimonianza di una generazione, quella del dopoguerra e del boom economico. Una generazione della ricostruzione, piena di entusiasmo e di capacità di adattamento. Alcuni ricordi sono simpatici: la siringa, i costumi di lana, i cantastorie in piazza (sostituiti dai moderni telegiornali e da internet quali fonte di informazione), i ddt. Carinissima la pagina sui giochi. Riconosciamo la veridicità del tubicino di dentifricio di una volta che si lasciava spremere fino all’ultimo con grande soddisfazione. Riscopriamo un’epoca di balli, fumate e bevute colossali. Dove al cinema si era invasi da nubi di fumo senza che nessuno si lamentasse per il disturbo o per il danno subito ai polmoni. E mille altri ricordi che ci prendono per mano e ci catapultano in un’epoca che non è troppo lontana eppure, se confrontata con l’attuale, è profondamente cambiata. Che effetto può fare il dizionario delle cose perdute sui giovani che di quanto nel testo si parla ignorano l’esistenza e il contenuto? Allora è un testo per i nostalgici, ma sarebbe bello che fosse un testo di presa di coscienza per le giovani generazioni. Sì, perché è dal passato che si può comprendere il futuro e questo è un utile strumento per comprendere che cosa manca oggi e che cosa invece abbiamo migliorato. Senz’altro da leggere come un romanzo accattivante, una bevuta tutto d’un sorso per lasciarsi prendere dall’immediato suggestionevole bruciore in mezzo allo stomaco.