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La Scuola fascista. Istituzioni, parole d'ordine, luoghi dell'immaginario

Un libro edito da Ombre Corte, 2009

La Scuola fascista. Istituzioni, parole d'ordine, luoghi dell'immaginario libro

L’idea più diffusa riguardo alla scuola italiana nel ventennio fascista, è che il suo fosse soprattutto un asservimento di facciata. In questo modo però si è eluso il problema delle conseguenze della fascistizzazione della scuola e, in generale, della società italiana. Tuttora esiste una certa resistenza a considerare la scuola come parte integrante del regime, per ragioni legate alle specificità della scuola e del totalitarismo italiani. Da una parte non si è pensato alla scuola come a un settore soggetto a scelte politiche, dall’altra si è sempre negato l’esistenza di una cultura fascista. Tutte le società di massa del primo dopoguerra hanno compiuto una sostanziale ridefinizione degli assetti statali, di cui la scuola era apparato ideologico e che implicò il rafforzamento dello Stato sulla base del comune corporatismo. In Italia il passaggio tra liberalismo e fascismo è siglato dalla riforma Gentile. Questa riforma ebbe con il fascismo un rapporto di funzionalità reciproca, tanto da diventare il cardine del progetto educativo fascista. Nella storia d’Italia si è sempre osservata una certa sfasatura tra storia generale e storia dell’istruzione: questo non avvenne durante il fascismo, durante il quale ben 9 ministri vararono qualcosa come 3500 tra leggi e decreti.

Recensione Unilibro a cura di Seby

Informazioni bibliografiche

  • Titolo del Libro: La Scuola fascista. Istituzioni, parole d'ordine, luoghi dell'immaginario
  • Editore: Ombre Corte
  • Collana: Documenta
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Genere: storia d'europa
  • ArgomentiFascismo Educazione Storia
  • Pagine: 200
  • Curatore: Gabrielli G. - Montino D.
  • Dimensioni mm: 210 x 140 x 0
  • ISBN-10: 8895366433
  • ISBN-13: 9788895366432
 
I Commenti degli Utenti
"La Scuola fascista. Istituzioni, parole d'ordine, luoghi dell'immaginario"
Seby, 2012-03-17
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L’idea più diffusa riguardo alla scuola italiana nel ventennio fascista, è che il suo fosse soprattutto un asservimento di facciata. In questo modo però si è eluso il problema delle conseguenze della fascistizzazione della scuola e, in generale, della società italiana. Tuttora esiste una certa resistenza a considerare la scuola come parte integrante del regime, per ragioni legate alle specificità della scuola e del totalitarismo italiani. Da una parte non si è pensato alla scuola come a un settore soggetto a scelte politiche, dall’altra si è sempre negato l’esistenza di una cultura fascista. Tutte le società di massa del primo dopoguerra hanno compiuto una sostanziale ridefinizione degli assetti statali, di cui la scuola era apparato ideologico e che implicò il rafforzamento dello Stato sulla base del comune corporatismo. In Italia il passaggio tra liberalismo e fascismo è siglato dalla riforma Gentile. Questa riforma ebbe con il fascismo un rapporto di funzionalità reciproca, tanto da diventare il cardine del progetto educativo fascista. Nella storia d’Italia si è sempre osservata una certa sfasatura tra storia generale e storia dell’istruzione: questo non avvenne durante il fascismo, durante il quale ben 9 ministri vararono qualcosa come 3500 tra leggi e decreti.

"La Scuola fascista. Istituzioni, parole d'ordine, luoghi dell'immaginario"
rorym87, 2012-03-17
3

Il regime fascista utilizzò molte strade per organizzare la capillare penetrazione nel mondo della scuola e favorire quel processo di fascistizzazione delle coscienze dei più giovani. Il primo arredo è il crocifisso, esposto dapprima grazie alla legge Lanza del 1857 e poi con una circolare del 1922 in cui l’insegnamento della religione cattolica diviene “fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica”. Nel 1924 un Regio Decreto prevedeva che ogni istituto avesse la bandiera nazionale, ogni aula l’immagine del crocefisso e il ritratto del Re. Ben presto si aggiunse anche l’immagine di Mussolini stesso il quale aveva compreso l’importanza della fisicità nei codici della comunicazione, intuendo come nella politica moderna l’essenza del messaggio risieda meno nel suo contenuto che nel modo in cui viene trasmesso. Questa metastasi dell’immagine del capo sarà uno dei tratti distintivi delle dittature novecentesche e il fascismo italiano si situa alle origini di questa dinamica patologica. Il fascismo seppe sfruttare a proprio vantaggio un vastissimo campionario di segni e simboli ai fini di una capillare penetrazione nell’immaginario nazionale, come ad esempio monete e francobolli che possiedono una valenza comunicativa immensa. Dal 1927 si procedette ad apporre l’emblema del fascio littorio all’esterno degli edifici scolastici in quanto edifici pubblici.