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I sommersi e i salvati

di Primo Levi edito da Einaudi, 2007

I sommersi e i salvati, a differenza del più tragicamente noto Se questo è un uomo, non è il racconto di una storia o un’autobiografia: è un saggio che analizza in particolare l’aspetto psicologico e umano (se di umanità si può parlare) dei sopravvissuti ai campi di concentramento. Levi analizza la sottile ma determinante differenziazione dei prigionieri, la vergogna dei carnefici, le violenze inutili e gratuite degli oppressori o l’impossibilità di concepire il suicidio all’interno del campo. Il titolo si riferisce alle due categorie di prigionieri presenti nei campi: i “salvati” sono i sopravvissuti, quelli scampati alla morte grazie a svariati motivi: dall’egoismo allo spionaggio, da servizi resi al nemico o per pura fortuna, come è stato il caso di Levi. I “sommersi”, invece, sono tutti quelli che non ce l’hanno fatta, che si sono inevitabilmente piegati alla crudeltà e alla lucida pazzia di un regime. Che non hanno resistito fisicamente e mentalmente al denutrimento, alle torture, alle umiliazioni, alla fatica. Ma possono davvero definirsi salvati quelli sopravvissuti? I loro tormenti successivi, i loro rimorsi, i loro irrazionali sensi di colpa e il perpetuo domandarsi di come mai loro erano ancora vivi avvelenarono molti superstiti. Ed è proprio questa la vittoria dei nazisti, secondo lo scrittore. Cioè che fra tutti quegli uomini liberati non c’è uno che possa definirsi salvato. Sono tutti condannati ad un’esistenza burrascosa, devastante, inumana. E per cosa? Per essere appartenuti ad una religione diversa da quella cristiana, per aver difeso i propri ideali, per aver deficienze fisiche incurabili? Perché i deportati non erano solo ebrei ma anche prigionieri politici, disabili, omosessuali. Tutti coloro scomodi al Terzo Reich o non classificabili come ariani. Lo scrittore è inoltre molto preoccupato, ed è il tormento che si porterà per tutta la vita, che tutto ciò che è stato commesso sarà dimenticato, sarà ridimensionato e sarà valutato superficialmente come semplice evento storico. Egli si chiede che cosa accadrà quando l’ultimo superstite morirà e quando l’ultima prova vivente di quell’esperienza svanirà. Teme che resteranno solo le loro testimonianze, i loro racconti, ma che già ora sembrano così remote, così lontane dalla nostra realtà. Egli vuole impedire che ciò accada, che quei fatti diventino solo delle storielle già dette e sentite mille volte e quindi inevitabilmente trascurate e sminuite. Levi si definisce, insieme agli altri superstiti, custodi della sofferenza di quelle persone, delle atrocità commesse da Hitler. Egli vuole farci ricordare non perché è doveroso ma perché è necessario, per far sì che non si ripeta niente del genere. Secondo me il grande merito di Levi sta, al di la di avere la forza di raccontare nuovamente una vicenda terribile, nel tentativo di analizzare scrupolosamente i comportamenti dei tormentati e dei tormentatori, non assumendo il ruolo della vittima ma del testimone diretto, che vuole raccontare le atrocità subite, viste e vissute. L’analisi di Levi risulta infatti lucida e attenta, frutto di anni di riflessione e di una maturità conseguita con sofferenza, anche attraverso la divulgazione della sua storia.

Recensione Unilibro a cura di MarcoBB

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Sono disponibili anche queste edizioni di

I sommersi e i salvati libro di Levi Primo
I sommersi e i salvati
Levi Primo
edizioni Einaudi
Super ET
, 2014
disponibile 3/5 gg
€ 12,00

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Le Recensioni degli Utenti Unilibro
"I sommersi e i salvati"
"Per far sì che non si ripeta niente del genere" P. Levi
MarcoBB, 2011-09-23
5

I sommersi e i salvati, a differenza del più tragicamente noto Se questo è un uomo, non è il racconto di una storia o un’autobiografia: è un saggio che analizza in particolare l’aspetto psicologico e umano (se di umanità si può parlare) dei sopravvissuti ai campi di concentramento. Levi analizza la sottile ma determinante differenziazione dei prigionieri, la vergogna dei carnefici, le violenze inutili e gratuite degli oppressori o l’impossibilità di concepire il suicidio all’interno del campo. Il titolo si riferisce alle due categorie di prigionieri presenti nei campi: i “salvati” sono i sopravvissuti, quelli scampati alla morte grazie a svariati motivi: dall’egoismo allo spionaggio, da servizi resi al nemico o per pura fortuna, come è stato il caso di Levi. I “sommersi”, invece, sono tutti quelli che non ce l’hanno fatta, che si sono inevitabilmente piegati alla crudeltà e alla lucida pazzia di un regime. Che non hanno resistito fisicamente e mentalmente al denutrimento, alle torture, alle umiliazioni, alla fatica. Ma possono davvero definirsi salvati quelli sopravvissuti? I loro tormenti successivi, i loro rimorsi, i loro irrazionali sensi di colpa e il perpetuo domandarsi di come mai loro erano ancora vivi avvelenarono molti superstiti. Ed è proprio questa la vittoria dei nazisti, secondo lo scrittore. Cioè che fra tutti quegli uomini liberati non c’è uno che possa definirsi salvato. Sono tutti condannati ad un’esistenza burrascosa, devastante, inumana. E per cosa? Per essere appartenuti ad una religione diversa da quella cristiana, per aver difeso i propri ideali, per aver deficienze fisiche incurabili? Perché i deportati non erano solo ebrei ma anche prigionieri politici, disabili, omosessuali. Tutti coloro scomodi al Terzo Reich o non classificabili come ariani. Lo scrittore è inoltre molto preoccupato, ed è il tormento che si porterà per tutta la vita, che tutto ciò che è stato commesso sarà dimenticato, sarà ridimensionato e sarà valutato superficialmente come semplice evento storico. Egli si chiede che cosa accadrà quando l’ultimo superstite morirà e quando l’ultima prova vivente di quell’esperienza svanirà. Teme che resteranno solo le loro testimonianze, i loro racconti, ma che già ora sembrano così remote, così lontane dalla nostra realtà. Egli vuole impedire che ciò accada, che quei fatti diventino solo delle storielle già dette e sentite mille volte e quindi inevitabilmente trascurate e sminuite. Levi si definisce, insieme agli altri superstiti, custodi della sofferenza di quelle persone, delle atrocità commesse da Hitler. Egli vuole farci ricordare non perché è doveroso ma perché è necessario, per far sì che non si ripeta niente del genere. Secondo me il grande merito di Levi sta, al di la di avere la forza di raccontare nuovamente una vicenda terribile, nel tentativo di analizzare scrupolosamente i comportamenti dei tormentati e dei tormentatori, non assumendo il ruolo della vittima ma del testimone diretto, che vuole raccontare le atrocità subite, viste e vissute. L’analisi di Levi risulta infatti lucida e attenta, frutto di anni di riflessione e di una maturità conseguita con sofferenza, anche attraverso la divulgazione della sua storia.

"I sommersi e i salvati"
I SOMMERSI E I SALVATI
Redazione Unilibro, 2005-01-01
5

Un saggio per capire il Novecento e ricostruire un'antropologia dell'uomo contemporaneo.