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WORKING ON A DREAM

Un cd di Bruce Springsteen prodotto da SONY BMG, 2009

In Working on a Dream (WOAD), Bruce Springsteen non è più l’alfiere di quel rock muscolare e diretto che ha caratterizzato buona parte della sua carriera e non è nemmeno più l’intenso crooner acustico che ci ha commossi descrivendoci il fantasma (dell’america) di Tom Joad. WOAD è il disco che i fan integralisti, i rocker puri criticheranno fino ad odiarlo; il disco del definitivo tradimento al sacro altare del rock. Mettiamo in chiaro un altro punto importante. Bruce ha imparato dal mezzo flop di Magic: i dischi ne carne ne pesce non piacciono a nessuno. Se devi sbilanciarti in una direzione, fallo in maniera netta e chiara e non con continui dubbi e ripensamenti (vedi Magic). WOAD è un album che intraprende in maniera decisa una direzione che agli occhi di Bruce (e alle orecchie dell’ascoltatore) risulta ben delineata; le linee guida sono precise, il songwriting è omogeneo, il suono è coerente. E quali sono queste linee guida? Roy Orbison, Byrds, Beatles, Beach Boys, il suono dei 60s, insomma, a momenti è più spiccatamente pop, a momenti è più psichedelico (passatemi questa definizione non del tutto calzante, ma è per capirci), ma mai rock. I ricchi suoni orchestrali e i continui coretti rimandano al "wall of sound" di Phil Spector che era stato già tirato in ballo per Magic. Con WOAD, Bruce si sbilancia definitivamente con una dichiarazione d’amore a cuore aperto al Pop (non a caso con la P maiuscola) leggero ma allo stesso tempo malinconico che tanto ha contribuito alla sua formazione artistica. Tutto l’album è pensato, scritto e suonato con questa idea di fondo. La leggerezza che salta all’orecchio ai primi ascolti viene pian piano affiancata da una certa malinconia, che fa sorridere di gioia e inumidire gli occhi allo stesso tempo, che riporta alla memoria ricordi belli, ma ormai sbiaditi dal tempo. Molti hanno sottolineato la leggerezza che pervade l’album, ma quasi nessuno ha percepito quella malinconia propria della grandi canzoni pop ("Ascolto musica pop perchè sono triste o sono triste perchè ascolto musica pop" come scriveva il Nick Hornby più illuminato, guarda caso grande estimatore di Springsteen). In WOAD leggerezza e malinconia vanno a braccetto per tutto l’album, sia negli arrangiamenti (il flusso di mille strumenti e voci nel fiume della memoria) che nella poetica (la consapevolezza che le cose preziose scivolano via imbiancate dal tempo, Life itself, l’incertezza del futuro, Tomorrow never knows, le rughe e i minuti che “ticchettano” via, Kingdom of days). Canzoni di ottimo livello ce ne sono parecchie: l’iniziale Outlaw Pete ha un approccio epico di cui tanto si sentiva la mancanza nelle recenti composizioni springsteeniane; i “crescendo” strumentali alternati a vuoti riempiti da solo armonica e voce rimandano così tanto al maestro Morricone, da far dimenticare quel refrain così poco azzeccato; un afflato epico (come contraltare alla storia di ordinaria quotidianità che viene narrata) lo ritrovo anche in Queen of the supermarke, una ballata molto melodica dove il cantato ricorda un po’ il Bruce degli esordi arricchito da questa nuova vena sixtees; This life è il classico esempio di quello di cui parlavo prima, leggerezza, malinconia e memoria; Good Eyes riprende l’idea di blues con voce e armonica distorte che Springsteen ci aveva presentato nel riarrangiamento di Reason to believe proposto nel Devils & Dust tour; Tomorrow never knows e Surprise surprise sono due gioiellini freschi come una bibita estiva, la prima con un divertente andamento countreggiante, la seconda marcata da un po’ di byrdsiana memoria; the last carnival è pura commozione per il grande amico Danny. Ricorderò Working on a dream come un disco che mi ha sorpreso ed emozionato, un disco che mi ha regalato nuovamente un Bruce sincero ed entusiasta, un disco che, pur non aspirando ad inserirsi nel empireo dei capolavori springsteeniani, manterrà una posizione di tutto rispetto nella discografia di uno dei più grandi di sempre.

Recensione Unilibro a cura di uncleFloyd

Dettagli del prodotto

 
I Commenti degli Utenti
"WORKING ON A DREAM"
Leggerezza e malinconia nell’album più pop di Springsteen
uncleFloyd, 2011-11-18
4

In Working on a Dream (WOAD), Bruce Springsteen non è più l’alfiere di quel rock muscolare e diretto che ha caratterizzato buona parte della sua carriera e non è nemmeno più l’intenso crooner acustico che ci ha commossi descrivendoci il fantasma (dell’america) di Tom Joad. WOAD è il disco che i fan integralisti, i rocker puri criticheranno fino ad odiarlo; il disco del definitivo tradimento al sacro altare del rock. Mettiamo in chiaro un altro punto importante. Bruce ha imparato dal mezzo flop di Magic: i dischi ne carne ne pesce non piacciono a nessuno. Se devi sbilanciarti in una direzione, fallo in maniera netta e chiara e non con continui dubbi e ripensamenti (vedi Magic). WOAD è un album che intraprende in maniera decisa una direzione che agli occhi di Bruce (e alle orecchie dell’ascoltatore) risulta ben delineata; le linee guida sono precise, il songwriting è omogeneo, il suono è coerente. E quali sono queste linee guida? Roy Orbison, Byrds, Beatles, Beach Boys, il suono dei 60s, insomma, a momenti è più spiccatamente pop, a momenti è più psichedelico (passatemi questa definizione non del tutto calzante, ma è per capirci), ma mai rock. I ricchi suoni orchestrali e i continui coretti rimandano al "wall of sound" di Phil Spector che era stato già tirato in ballo per Magic. Con WOAD, Bruce si sbilancia definitivamente con una dichiarazione d’amore a cuore aperto al Pop (non a caso con la P maiuscola) leggero ma allo stesso tempo malinconico che tanto ha contribuito alla sua formazione artistica. Tutto l’album è pensato, scritto e suonato con questa idea di fondo. La leggerezza che salta all’orecchio ai primi ascolti viene pian piano affiancata da una certa malinconia, che fa sorridere di gioia e inumidire gli occhi allo stesso tempo, che riporta alla memoria ricordi belli, ma ormai sbiaditi dal tempo. Molti hanno sottolineato la leggerezza che pervade l’album, ma quasi nessuno ha percepito quella malinconia propria della grandi canzoni pop ("Ascolto musica pop perchè sono triste o sono triste perchè ascolto musica pop" come scriveva il Nick Hornby più illuminato, guarda caso grande estimatore di Springsteen). In WOAD leggerezza e malinconia vanno a braccetto per tutto l’album, sia negli arrangiamenti (il flusso di mille strumenti e voci nel fiume della memoria) che nella poetica (la consapevolezza che le cose preziose scivolano via imbiancate dal tempo, Life itself, l’incertezza del futuro, Tomorrow never knows, le rughe e i minuti che “ticchettano” via, Kingdom of days). Canzoni di ottimo livello ce ne sono parecchie: l’iniziale Outlaw Pete ha un approccio epico di cui tanto si sentiva la mancanza nelle recenti composizioni springsteeniane; i “crescendo” strumentali alternati a vuoti riempiti da solo armonica e voce rimandano così tanto al maestro Morricone, da far dimenticare quel refrain così poco azzeccato; un afflato epico (come contraltare alla storia di ordinaria quotidianità che viene narrata) lo ritrovo anche in Queen of the supermarke, una ballata molto melodica dove il cantato ricorda un po’ il Bruce degli esordi arricchito da questa nuova vena sixtees; This life è il classico esempio di quello di cui parlavo prima, leggerezza, malinconia e memoria; Good Eyes riprende l’idea di blues con voce e armonica distorte che Springsteen ci aveva presentato nel riarrangiamento di Reason to believe proposto nel Devils & Dust tour; Tomorrow never knows e Surprise surprise sono due gioiellini freschi come una bibita estiva, la prima con un divertente andamento countreggiante, la seconda marcata da un po’ di byrdsiana memoria; the last carnival è pura commozione per il grande amico Danny. Ricorderò Working on a dream come un disco che mi ha sorpreso ed emozionato, un disco che mi ha regalato nuovamente un Bruce sincero ed entusiasta, un disco che, pur non aspirando ad inserirsi nel empireo dei capolavori springsteeniani, manterrà una posizione di tutto rispetto nella discografia di uno dei più grandi di sempre.

"WORKING ON A DREAM"
Il Boss è come il vino...
Jacks, 2011-09-21
4

Sì, più invecchia e più è buono! "Working on a dream" esce ad un anno di distanza da "Magic" ed emoziona in tutto e per tutto, attraverso la carica rock di sempre abbinata alla sua voce inconfondibile ma resa ancora più magica dallo scorrere del tempo. Il disco è di quelli da ricordare, Racconta storie americane (Queen of the supermarket, outlaw Pete, My lucky day), stati d’animo e intenti (Working on a dream, what love can do, life itself, surprise surprise) e dedica "the last carnival" a Danny Federici, tastierista della E - Street band, recentemente deceduto per un male incurabile. La perla arriva poi all’ultimo brano: "the wrestler", colonna sonora dell’omonimo film con protagonista Micky Rourke. Un disco che prolunga la già lunghissima serie di successi di Bruce!