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Kento - Sacco O Vanzetti

Un cd di KENTO prodotto da Audioglobe, 2013

Personalmente, avevo lasciato Kento ai tempi dei dischi con gli Inquilini, collettivo che per un motivo o per l’altro ha segnato un paio di convinzioni nel mio modo di vedere l’hiphop, una su tutte l’idea che avrebbero potuto dare molto più di quanto è stato, - se non siete convinti guardate al capitolo Street Flava 2, paragrafo Prima pagina e poi ne riparliamo -, per dirne un’altra, l’idea che Maya sia una delle rapper donne più potenti che abbia mai sentito in Italia, non che ce ne siano molte a dirla tutta. Ma dal disco di un collettivo, di una famiglia allargata come quella degli Inquilini, a un disco da solista di strada ne va, complice anche la possibilità di esprimere sé stessi al cento per cento, senza mediazioni provviste da menti pur mediamente illuminate. Concedetemi la negatività, il rap fatto bene ci sta lasciando all’angolo, a piangere sui nostri traumi d’abbandono. Non è una condizione universale naturalmente, né un qualcosa di irrimediabile, ma c’è di sicuro qualcosa di vero. Cos’è cambiato? È cambiato che la platea si sta allargando, sopra e sotto il palco. È cambiato che i paletti, che dividono chi fa la gavetta dall’underground in senso proprio, nel rap italiano sono sempre stati piuttosto effimeri. Tutti fanno la stessa cosa, tutto è un solo calderone pseudo-musicale. Niente di più falso. C’è una solida fila di opere che costituisce l’ultima trincea musicale, che ci separa dalla dittatura della Stalingrado occupata, tenendosi stretta la Stalingrado che si ribella al dominio dell’ovvio e del troppo semplice. Su questa linea si colloca Sacco o Vanzetti, un disco che, non fatevi ingannare, non è solo un rigurgito anarchico. Sacco e Vanzetti sono immagini, sono traslati poetici di una lotta che non è solo politica. Certo, c’è anche l’aspetto sociale nel rap di Kento, c’è nelle tematiche, c’è soprattutto nei riferimenti, nelle immagini evocate, ma c’è anche una storia personale, l’emigrato, l’amore, la poesia, una piccola, sana dose di bragging e soprattutto ci sono i contenuti, sostenuti da una parte musicale per nulla banale e da ospiti scelti con cura, da Martina May e Hyst, fino a Masta P e Chef Ragoo. Vorrei scendere più nel dettaglio, nell’uso sapiente della tecnica, mai fine a stessa, al servizio del senso e dire molto altro, ma la cardiologia dell’amore non porta a nessun risultato, meglio che l’ascoltatore si faccia un’idea da solo. Solo un pensiero per chiudere. Dischi come quello di Kento giustificano il perchè la parola musica possa essere giustapposta al termine rap, senza timore di critiche.

Recensione Unilibro a cura di Corte

Dettagli del prodotto

 
I Commenti degli Utenti
"Kento - Sacco O Vanzetti"
Sacco o Vanzetti, una storia italiana
Corte, 2010-09-08
4

Personalmente, avevo lasciato Kento ai tempi dei dischi con gli Inquilini, collettivo che per un motivo o per l’altro ha segnato un paio di convinzioni nel mio modo di vedere l’hiphop, una su tutte l’idea che avrebbero potuto dare molto più di quanto è stato, - se non siete convinti guardate al capitolo Street Flava 2, paragrafo Prima pagina e poi ne riparliamo -, per dirne un’altra, l’idea che Maya sia una delle rapper donne più potenti che abbia mai sentito in Italia, non che ce ne siano molte a dirla tutta. Ma dal disco di un collettivo, di una famiglia allargata come quella degli Inquilini, a un disco da solista di strada ne va, complice anche la possibilità di esprimere sé stessi al cento per cento, senza mediazioni provviste da menti pur mediamente illuminate. Concedetemi la negatività, il rap fatto bene ci sta lasciando all’angolo, a piangere sui nostri traumi d’abbandono. Non è una condizione universale naturalmente, né un qualcosa di irrimediabile, ma c’è di sicuro qualcosa di vero. Cos’è cambiato? È cambiato che la platea si sta allargando, sopra e sotto il palco. È cambiato che i paletti, che dividono chi fa la gavetta dall’underground in senso proprio, nel rap italiano sono sempre stati piuttosto effimeri. Tutti fanno la stessa cosa, tutto è un solo calderone pseudo-musicale. Niente di più falso. C’è una solida fila di opere che costituisce l’ultima trincea musicale, che ci separa dalla dittatura della Stalingrado occupata, tenendosi stretta la Stalingrado che si ribella al dominio dell’ovvio e del troppo semplice. Su questa linea si colloca Sacco o Vanzetti, un disco che, non fatevi ingannare, non è solo un rigurgito anarchico. Sacco e Vanzetti sono immagini, sono traslati poetici di una lotta che non è solo politica. Certo, c’è anche l’aspetto sociale nel rap di Kento, c’è nelle tematiche, c’è soprattutto nei riferimenti, nelle immagini evocate, ma c’è anche una storia personale, l’emigrato, l’amore, la poesia, una piccola, sana dose di bragging e soprattutto ci sono i contenuti, sostenuti da una parte musicale per nulla banale e da ospiti scelti con cura, da Martina May e Hyst, fino a Masta P e Chef Ragoo. Vorrei scendere più nel dettaglio, nell’uso sapiente della tecnica, mai fine a stessa, al servizio del senso e dire molto altro, ma la cardiologia dell’amore non porta a nessun risultato, meglio che l’ascoltatore si faccia un’idea da solo. Solo un pensiero per chiudere. Dischi come quello di Kento giustificano il perchè la parola musica possa essere giustapposta al termine rap, senza timore di critiche.