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Ferdydurke

di Witold Gombrowicz Cataluccio F. M. (cur.) edito da Feltrinelli, 2004

Informazioni bibliografiche del Libro

 

Qui ci troviamo di fronte a un Gombrowicz già maturo e già calato nelle tematiche che gli sono più care. La sua prosa va letta lentamente, centellinata. Non si può leggere Gombrowicz tutto d’un fiato. Bisogna dargli il suo tempo. Soprattutto dopo alcune pagine viene quasi il mal di testa di fronte a una messinscena così totale dell’assurdo che domina la vita dei suoi personaggi. Ciò che più adoro in questo autore è l’ossessione di mettere in relazione avvenimenti che - a rigor di logica - non hanno nulla in comune. Leggendo questo libro mi sono interrogato sull’autore, su come sia riuscito a scrivere qualcosa di così intricato, distorto, perverso. Ho avuto l’impressione di leggere un’opera di una persona completamente dissociata dalla realtà. Mi ha quasi sconvolto vedere come non ci sia mai una parola di troppo: ogni frase pare essere stata studiata a fondo, si ha l’impressione che non esista una parola che sia stata messa così, a caso. Tutto è perfettamente calibrato. Raramente ho avuto un’impressione simile leggendo un libro. “Ma, nell’attesa, ditemi, preferite i peperoni o i cetrioli freschi? E vi piace assaporarli seduti tranquillamente all’ombra di un albero, con una brezza dolce e piacevole che vi rinfresca le parti del corpo? Vi pongo la domanda con molta serietà, con una precisa responsabilità nei riguardi della parola, e con il più gran rispetto di tutte le vostre parti, senza eccezione alcuna, perché so che costituite una parte dell’umanità, cui appartengo anch’io, e che siete partecipi parziali di una parte di parte di qualcosa che a sua volta è parte e di cui sono anch’io una parte, d’accordo con tutte le altre particelle e parti di parti di parti di parti di parti”. “E uscì. Ed io rimasi con la liceale. Il chiaro di luna inargentava l’impalpabile polvere che in gran quantità ondeggiava nell’aria”. “Come sono graziosi, romantici o classici, quegli assassini, quelle violenze, quei votamenti d’occhi di cui abbandonano la prosa e la poesia! L’aglio con cioccolata, questo sì che è terribili, ma non i magnifici e affascinanti crimini di Shakespeare”. “- Che sta facendo?- mi disse osservando, non senza sospetto, il mio atteggiamento indefinito in mezzo alla stanza”. E’ “l’atteggiamento indefinito” che mi fa impazzire. “[…] la mosca ronzò più intensamente. La catturai, le strappai ali e zampe, ne feci una pallottola sofferente, paurosa, metafisica, non del tutto rotonda ma di certo abbastanza abissale […]”. Qui invece è l’espressione “abbastanza abissale” che trovo formidabile. “Era una grande specialista dell’attesa, passiva, timida, e per questo aveva mal di denti, era fatta per le sale d’aspetto del dentista e i suoi denti lo sapevano”.

Recensione Unilibro a cura di Claudio A

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Qui ci troviamo di fronte a un Gombrowicz già maturo e già calato nelle tematiche che gli sono più care. La sua prosa va letta lentamente, centellinata. Non si può leggere Gombrowicz tutto d’un fiato. Bisogna dargli il suo tempo. Soprattutto dopo alcune pagine viene quasi il mal di testa di fronte a una messinscena così totale dell’assurdo che domina la vita dei suoi personaggi. Ciò che più adoro in questo autore è l’ossessione di mettere in relazione avvenimenti che - a rigor di logica - non hanno nulla in comune. Leggendo questo libro mi sono interrogato sull’autore, su come sia riuscito a scrivere qualcosa di così intricato, distorto, perverso. Ho avuto l’impressione di leggere un’opera di una persona completamente dissociata dalla realtà. Mi ha quasi sconvolto vedere come non ci sia mai una parola di troppo: ogni frase pare essere stata studiata a fondo, si ha l’impressione che non esista una parola che sia stata messa così, a caso. Tutto è perfettamente calibrato. Raramente ho avuto un’impressione simile leggendo un libro. “Ma, nell’attesa, ditemi, preferite i peperoni o i cetrioli freschi? E vi piace assaporarli seduti tranquillamente all’ombra di un albero, con una brezza dolce e piacevole che vi rinfresca le parti del corpo? Vi pongo la domanda con molta serietà, con una precisa responsabilità nei riguardi della parola, e con il più gran rispetto di tutte le vostre parti, senza eccezione alcuna, perché so che costituite una parte dell’umanità, cui appartengo anch’io, e che siete partecipi parziali di una parte di parte di qualcosa che a sua volta è parte e di cui sono anch’io una parte, d’accordo con tutte le altre particelle e parti di parti di parti di parti di parti”. “E uscì. Ed io rimasi con la liceale. Il chiaro di luna inargentava l’impalpabile polvere che in gran quantità ondeggiava nell’aria”. “Come sono graziosi, romantici o classici, quegli assassini, quelle violenze, quei votamenti d’occhi di cui abbandonano la prosa e la poesia! L’aglio con cioccolata, questo sì che è terribili, ma non i magnifici e affascinanti crimini di Shakespeare”. “- Che sta facendo?- mi disse osservando, non senza sospetto, il mio atteggiamento indefinito in mezzo alla stanza”. E’ “l’atteggiamento indefinito” che mi fa impazzire. “[…] la mosca ronzò più intensamente. La catturai, le strappai ali e zampe, ne feci una pallottola sofferente, paurosa, metafisica, non del tutto rotonda ma di certo abbastanza abissale […]”. Qui invece è l’espressione “abbastanza abissale” che trovo formidabile. “Era una grande specialista dell’attesa, passiva, timida, e per questo aveva mal di denti, era fatta per le sale d’aspetto del dentista e i suoi denti lo sapevano”.