Storia Del Gusto eBooks
eBooks con argomento Storia Del Gusto
Salons. E-book. Formato EPUB Giorgio Manganelli - Adelphi, 2014 -
Nel 1986 l’editore Franco Maria Ricci sottopose allo sguardo di Giorgio Manganelli immagini disparate: tabacchiere e stemmi come celebri quadri e affreschi, vetri preziosi e fotografie, disegni e frammenti di templi. Immobile al suo tavolo di scrittore, Manganelli elaborava prosa sulla base di queste immagini, scriveva cronache di visite immaginarie come un nuovo Diderot che ci offra resoconti di sempre rinnovati "Salons". E il risultato fu una variazione trascendentale di quello stile avvolgente e onnipervasivo di cui Manganelli era maestro. Possiamo essere certi che quanto quello stile gli ha dettato non si sovrapporrà ad alcunché sia già stato detto dagli storici dell’arte o dai cultori delle varie materie. E possiamo essere certi che le sue parole si annideranno a lungo nella nostra memoria. E quando leggeremo che certi gessi rivelano «la tristezza della neve mentale» sapremo subito a chi dobbiamo questa composizione verbale. Salons raduna articoli apparsi nel 1986 sulla rivista «FMR».
Parole nel vuoto. E-book. Formato EPUB Adolf Loos - Adelphi, 2014 -
Come vestirsi? Come arredare la propria casa? Che cosa mangiare? Come comportarsi in società? A queste domande elementari e angosciose diede risposte oggi più che mai giuste e sorprendenti uno dei grandi architetti del nostro tempo, il viennese Adolf Loos (1870-1933), di cui presentiamo in questo volume, per la prima volta in Italia, gli scritti più importanti. Già nei primi saggi, scritti a commento della Esposizione di Vienna per il Giubileo del 1898, vediamo che sarti da uomo e da donna, ebanisti, carrozzieri, valigiai, decoratori, mobilieri, arredatori e sostenitori dell’arte applicata vengono sottoposti da Loos a una critica sferzante, e diventano pretesto per un attacco a tutto un modo di vita che egli considerava già marcio. Ma la sua chiaroveggenza andava più in là: le devastazioni, oggi palesi, prodotte da tanti tristi connubi fra arte e industria, la snobistica volgarità degli arredatori, il culto avvilente del pittoresco, la bassezza di ogni tentativo di ‘arte nazionale’, il rapporto turistico col passato, dominante nella psiche dei ‘nuovi ricchi’ della cultura – tutto questo Loos ha saputo vedere già allora, semplicemente osservando gli oggetti che lo circondavano. Come il suo amico Karl Kraus, egli aveva il dono di cogliere in ogni minuzia della vita quotidiana la miseria e gli splendori di tutta una civiltà. Non solo: con generoso spirito pratico e una commovente fiducia nella capacità di migliorarsi della società – unita a una perfetta lucidità nel vederne le vergogne – Loos offriva anche soluzioni, voleva aiutare a vivere – e ci riusciva anche, oltre tutto per le sue splendide doti di scrittore, per l’immediatezza, la sobrietà, la verve, per la carica invincibile di simpatia che ha la sua prosa. A proposito del suo famoso saggio "Ornamento e delitto", Le Corbusier scrisse: «Loos è passato con la scopa sotto i nostri piedi e ha fatto una pulizia omerica, esatta, sia filosofica che lirica». Il risultato di quella ‘pulizia omerica’ fu una nuova concezione dello spazio e dell’abitazione che Loos imponeva, nei suoi edifici, con l’autorità dei grandi maestri. Spesso rivoluzionario nelle soluzioni, eppure legato come pochi alla grande tradizione architettonica e artigianale, Loos è un caso di clamorosa indipendenza di spirito nel nostro secolo. Molti architetti, e non dei minori, hanno derivato ricchi insegnamenti dalla sua opera; ma tutti gli architetti possono riconoscere in lui l’unico che sia riuscito a condurre una critica radicale (e spesso anche esilarante) della figura sociale dell’architetto contemporaneo, l’unico che – grande architetto – abbia saputo scrivere tranquillamente: «È noto che non annovero gli architetti fra gli esseri umani».
Voce dietro la scena: Un’antologia personale. E-book. Formato EPUB Mario Praz - Adelphi, 2021 -
Non solo grande critico ed erudito, ma saggista nel senso della più alta tradizione inglese – quella di Lamb e di De Quincey –, viaggiatore, memorialista, narratore, Mario Praz ha composto in questo volume una sua «antologia personale», raccogliendo testi dai caratteri più diversi, da lui scritti nell’arco di più di cinquant’anni (1945-1975). Ne è risultato un libro che forse un giorno apparirà come il suo più felice in assoluto. Qui, come anche nella «Antologia personale» di J.L. Borges, i testi assumono una nuova patina, per opera del loro nuovo contesto, intridendosi di un fascino penetrante e peculiare: quello dell’autoritratto. Come Praz ha voluto precisare nella prefazione a questa «antologia», egli sente di appartenere alla «categoria di persone dotate d’intelligenza imperfetta», quelle – scriveva Lamb – che «si contentano di frammenti e di ritagli della Verità», che la colgono solo «con un lineamento o di profilo tutt’al più», perché «le loro menti sono meramente suggestive». Ma i «frammenti» e i «ritagli della Verità» che Praz è venuto accumulando nella sua davvero prodigiosa attività, rivolta nelle più svariate direzioni, formano una compagine imponente. Da essa Praz ha distaccato i tanti, perfetti tasselli di questo «autoritratto», col quale è riuscito a compiere un’impresa assai ardua: applicare a se stesso la stessa chiaroveggenza critica che ha reso celebri tante sue ricerche, giocate sulle risonanze e sulle filiazioni. Così, leggendo queste pagine non solo si avrà la sorpresa di scoprire molti testi dispersi e spesso ignorati (per molti saranno qui del tutto nuove certe affascinanti prose narrative, che hanno avuto una circolazione molto ridotta rispetto ai libri di critica), ma si osserverà il lento diramarsi delle linee di una vita. Ed è questa la «voce dietro la scena» a cui allude il titolo. Nel percorrere questo vasto «museo di simpatie e differenze» (Borges) siamo come attirati da un suo disegno segreto, che neppure l’autore conosce eppure guida la sua mano. È lo stesso fascino della «voce dietro la scena», che «non manca mai d’efficacia perché gli uomini sentono che c’è un canto dietro la scena della loro vita stessa», anche se di esso a mala pena «afferriamo la rima».