Ignazio Marcello Gallo eBooks
eBooks di Ignazio Marcello Gallo Diritto e procedura penale
Le fonti rivisitate: Appunti di diritto penale. E-book. Formato EPUB Ignazio Marcello Gallo - Giappichelli Editore, 2017 -
Questo libretto continua un discorso che, iniziato nel volume dedicato alle impugnazioni, è andato avanti ne La piccola frase di Mortara e, soprattutto, in Regola e giudizio. In due parole ho cercato di dar voce ai motivi che mi hanno portato ad afferrare il senso profondo della concezione cd. imperativistica del diritto e a collocarla nel posto che le spetta in un personale scaffale delle idee. Insistito su quest’ultima parola, perché è in quest’ottica che considero, riconoscendole un ruolo centrale, la teoria richiamata. Se cerco di ragionare, invece, in termini che, per intenderci, chiamerò dommatici, resto fermo alla tesi secondo la quale è la forma del giudizio ipotetico a fotografare la struttura di ogni pensabile norma: naturalmente mi riferisco a norme precettive, anche se con opportuni aggiustamenti le cose non cambiano molto quando si tratti di norme cd. tecniche. Ma non allontaniamoci dal perimetro tracciato: diritto come imperativo, appello rivolto a uno o a più, tanti, destinatari. Che vuol dire, comunicazione in grado di funzionare solo se ne è ugualmente pensabile sia l’osservanza che la trasgressione. Ora, ciò che è osservato o trasgredito è un appello, vale a dire un richiamo, un dettato che muove da un uomo, reale o virtuale, ad altri uomini: possiamo, allora, immaginare condotte conformi e condotte contrarie, sempre sulla base di una scelta, effettiva o virtuale, operata dal destinatario. L’imperativo, comando, appello, presuppone, insomma, una volontà cosciente alla quale si rivolge: se uno di questi due poli fa difetto non c’è diritto. La tarda, nel mio caso tardissima, età è stagione di bilanci: le pietre miliari di un percorso appaiono diverse da come erano state viste la prima volta. È il mio caso con Welzel. Anche a lui debbo, qual che io mi sia, un tributo tardivo. Ho tentato da giovanissimo di illustrarne e criticarne gli statuti dommatici e sono critiche che faccio ancora mie. Non avevo colto, però, il senso più intimo del suo messaggio, del pensiero di uno studioso che, come ebbi ad udire da un giovane professore renano in un convegno tenuto a Napoli proprio sulla welzeliana “azione finalistica”, di uno studioso, dicevo, che più che a convincere tendeva a convertire. Non c’è diritto e, in particolare, non c’è diritto penale, quando l’uomo è trattato come “cieca forza della natura”. Il cristiano evangelico che il Maestro era non concede nulla al mestiere del giurista. O si rispetta questa ontologia o con forza, invitandoci a seguirlo, Hans Welzel dice: no. Un pensiero riconoscente alla dott.ssa Valentina Brigandì e all’avv. Andrea Zannier, che mi hanno accompagnato nella rivisitazione di testi ai quali i miei occhi non mi permettono di accostarmi direttamente. E, naturalmente, agli amici che ho assillato con le mie prove d’autore: per tutti e in primo luogo, Nereo Battello e Gaetano Insolera. Gli sbagli sono tutti miei, quanto di buono o almeno di accettabile c’è in questo libricino è merito loro.
Le fonti rivisitate: Appunti di diritto penale. E-book. Formato PDF Ignazio Marcello Gallo - Giappichelli Editore, 2017 -
Questo libretto continua un discorso che, iniziato nel volume dedicato alle impugnazioni, è andato avanti ne La piccola frase di Mortara e, soprattutto, in Regola e giudizio. In due parole ho cercato di dar voce ai motivi che mi hanno portato ad afferrare il senso profondo della concezione cd. imperativistica del diritto e a collocarla nel posto che le spetta in un personale scaffale delle idee. Insistito su quest’ultima parola, perché è in quest’ottica che considero, riconoscendole un ruolo centrale, la teoria richiamata. Se cerco di ragionare, invece, in termini che, per intenderci, chiamerò dommatici, resto fermo alla tesi secondo la quale è la forma del giudizio ipotetico a fotografare la struttura di ogni pensabile norma: naturalmente mi riferisco a norme precettive, anche se con opportuni aggiustamenti le cose non cambiano molto quando si tratti di norme cd. tecniche. Ma non allontaniamoci dal perimetro tracciato: diritto come imperativo, appello rivolto a uno o a più, tanti, destinatari. Che vuol dire, comunicazione in grado di funzionare solo se ne è ugualmente pensabile sia l’osservanza che la trasgressione. Ora, ciò che è osservato o trasgredito è un appello, vale a dire un richiamo, un dettato che muove da un uomo, reale o virtuale, ad altri uomini: possiamo, allora, immaginare condotte conformi e condotte contrarie, sempre sulla base di una scelta, effettiva o virtuale, operata dal destinatario. L’imperativo, comando, appello, presuppone, insomma, una volontà cosciente alla quale si rivolge: se uno di questi due poli fa difetto non c’è diritto. La tarda, nel mio caso tardissima, età è stagione di bilanci: le pietre miliari di un percorso appaiono diverse da come erano state viste la prima volta. È il mio caso con Welzel. Anche a lui debbo, qual che io mi sia, un tributo tardivo. Ho tentato da giovanissimo di illustrarne e criticarne gli statuti dommatici e sono critiche che faccio ancora mie. Non avevo colto, però, il senso più intimo del suo messaggio, del pensiero di uno studioso che, come ebbi ad udire da un giovane professore renano in un convegno tenuto a Napoli proprio sulla welzeliana “azione finalistica”, di uno studioso, dicevo, che più che a convincere tendeva a convertire. Non c’è diritto e, in particolare, non c’è diritto penale, quando l’uomo è trattato come “cieca forza della natura”. Il cristiano evangelico che il Maestro era non concede nulla al mestiere del giurista. O si rispetta questa ontologia o con forza, invitandoci a seguirlo, Hans Welzel dice: no. Un pensiero riconoscente alla dott.ssa Valentina Brigandì e all’avv. Andrea Zannier, che mi hanno accompagnato nella rivisitazione di testi ai quali i miei occhi non mi permettono di accostarmi direttamente. E, naturalmente, agli amici che ho assillato con le mie prove d’autore: per tutti e in primo luogo, Nereo Battello e Gaetano Insolera. Gli sbagli sono tutti miei, quanto di buono o almeno di accettabile c’è in questo libricino è merito loro.
La regola e il giudizio: Tra due ipotesi e il diritto penale vigente. E-book. Formato EPUB Ignazio Marcello Gallo - Giappichelli Editore, 2016 -
Ho già avuto modo di ricordare quanto sia grande il debito dei penalisti della mia generazione, quella degli anni ’20 per intenderci, nei confronti di tre maestri che hanno attraversato tutto il secolo scorso nel susseguirsi di eventi epocali, di legislazioni sottoposte a mutazioni di fondo, anche se spesso frutto di svolte interpretative, conservando, questi maestri, intatta coerenza di metodo. Francesco Antolisei, Giacomo Delitala, Biagio Petrocelli scrutano il sistema penale preoccupati di non allontanarsi dalla traccia metodologica che conferisce unità e senso alla loro opera. Per Antolisei e Delitala si tratta dell’analisi affilata e sorvegliatissima del fatto penalmente rilevante: non a caso Delitala intitola il suo lavoro di diritto penale sostanziale più significativo Il “fatto’’ nella teoria generale del reato. E Antolisei, più analiticamente, ci descriverà in un work in progress affascinante L’azione e l’evento nel reato, L’offesa e il danno nel reato, Il rapporto di causalità nel diritto penale. Seguirà il monumentale trattato, vera e propria anatomia di quel corpo che è l’insieme delle regole penali di un certo paese in un certo momento. Diverso, perfettamente conciliabile, però, con quello degli altri due maestri, l’approccio di Biagio Petrocelli. Certo non è mai perso di vista il regolato, ma prima viene la regola e la sua struttura. Che, per Petrocelli, è quella dell’imperativo. Mi sono trovato in questo crocevia e ho tentato una rotta che non escludesse nessuna delle due visuali. Solo che dai primissimi esordi ho opposto alla rappresentazione della regola quale imperativo, quella del giudizio di valore. Kelsen docet: e così è stato per me per lunghissimo tempo. E non è che quanto a descrizione della struttura della regola abbia cambiato idea. Ma non riuscivo a dimenticare le parole che il prof. Petrocelli, presidente della commissione che mi conferì la libera docenza in diritto penale (gli altri due commissari erano Giuliano Vassalli ed Aldo Moro), ebbe a rivolgermi nel corso della discussione sui titoli, che era faccenda piuttosto seria ed impegnativa: «Gallo – mi disse il prof. Petrocelli – io costruisco sulla regola, lei sull’eccezione». Da grande studioso pienamente affermato a giovanissimo apprendista, da gran signore meridionale svevo – pensate, per il fisico e per il tratto di estrema cortesia, ad Erich von Stroheim ne «La grande illusione». C’è voluto molto tempo, ma, alla fine, sono riuscito a capire il senso di quel monito. Prof. Petrocelli, allora le risposi in modo scolastico e presuntuoso: l’interpretazione può lasciare spazi non coperti, la teoria generale no. Lei replicò con un sorriso divertito e indulgente. Adesso credo di sapere che lei aveva ragione. Questo volumetto è il grazie che le dovevo. A questo punto un pensiero riconoscente alla dott.ssa Valentina Brigandì, all’avv. Andrea Zannier e alla validissima segretaria signora Maria Defeudis, che mi hanno accompagnato nella rivisitazione di testi ai quali i miei occhi non mi permettono di accostarmi direttamente. E, naturalmente, ai valorosi amici che ho assillato con le mie prove d’autore: per tutti e in primo luogo, Nereo Battello e Gaetano Insolera. Gli sbagli sono tutti miei, quanto di buono o almeno di accettabile c’è in questo libricino è merito loro.