Ferdinando Amigoni eBooks
eBooks di Ferdinando Amigoni editi da Quodlibet di Formato Pdf
Altezza degli occhi: Corpi, lampi e spettri nel Photomatic. E-book. Formato PDF Ferdinando Amigoni - Quodlibet, 2026 -
Da quando apparve, negli anni Venti del secolo scorso, la cabina per fototessere – Photomatic – ha saputo attirare l'attenzione dell'uomo della strada e dell'artista. Pittori, scrittori, fotografi, ideatori di installazioni e performance, nonché registi cinematografici furono da subito folgorati da questa misteriosa macchina: una sorta di sgabuzzino segreto in luogo pubblico, simile a un confessionale, all'infantile nascondiglio, al peccaminoso peep-show o a un maleodorante orinatoio (non quello duchampiano da esposizione e asettico). Come se si fosse alle prese con qualcosa di illecito o impudico, ci si cela dietro alla tendina che permette l'intimità necessaria al rituale: scegliere una faccia che il flash immobilizzerà in una serie di piccoli autoritratti non tarderà a rivelarsi un'operazione molto più complessa di quanto non sembri. I saggi qui raccolti si soffermano sulla centralità che queste «fantastiche macchine crea-immagini» – come le ha chiamate Wim Wenders – hanno saputo assicurarsi in alcune opere di Vladimir Nabokov, Peter Handke, Michel Tournier, nonché in quel capolavoro che s'intitola Alice nelle città. Primo, non solo per motivi cronologici, Franco Vaccari che segnò un punto apicale di estetica compiutezza e photomatica intelligenza, grazie a una leggendaria Esposizione in tempo reale, alla Biennale di Venezia del 1972. Nonostante l'eterogeneità delle opere scelte, a ogni occasione, l'automatico flash azionato con pochi spiccioli officia un rito tutt'altro che privo di magici e metafisici risvolti.
L'ombra della scrittura: Racconti fotografici e visionari. E-book. Formato PDF Ferdinando Amigoni - Quodlibet, 2018 -
Dagherrotipi, stampe e negativi fotografici, gigantografie, cartelloni, insegne luminose, specchi, schermi, vetrine riflettenti nell’incerto lume dell’imbrunire, opacità, trasparenza, anamorfosi: nel corso degli ultimi due secoli il visuale sembra avere sostituito il reale, in nome di un delirio ormai quasi globalizzato di onnipotenza panottica. Dal subatomico all’interstellare, tutto sembra offrirsi al nostro bulimico occhio, mentre il soggetto umano si scopre scisso, guardato, disperso in un oceano di sguardo che gli preesiste e, quasi senza avvedersene, lo inghiotte. Si potrebbero considerare i saggi raccolti in questo volume come un percorso, arbitrario e rabdomantico, nell’infinito bosco delle storie generate dall’incontro tra affabulazione e immagine. È stato detto che l’invenzione della fotografia ha causato una discontinuità radicale nella storia, paragonabile all’apparizione dell’alfabeto: certo, sin dall’etimologia del suo nome, la fotografia – luce che scrive – si è confrontata con il linguaggio e con il racconto, provocando le meno prevedibili sovversioni. In alcuni testi, sorprendenti e irregolari, pubblicati tra gli anni Trenta e gli anni Ottanta del secolo scorso – Alvaro, Nabokov, Perec e Celati, i nomi dei narratori prescelti – gli strumenti dell’ottica intersecano l’antica arte del raccontare. Il lettore del terzo millennio sa molto bene (è forse l’unica cosa che sa) quanto qualsiasi certezza, qualsiasi generalizzazione sia del tutto fuori luogo. Del resto, per citare le parole di Luigi Ghirri, un fotografo di cui molto qui si parla: «la fotografia si esplica sempre all’interno di un dualismo perfetto. Se uno ci pensa, nella fotografia c’è il negativo e il positivo. È un rapporto tra la luce e il buio. È un giusto equilibrio tra quello che c’è da vedere e quello che non deve essere visto».