Stefano Poma eBooks
eBooks di Stefano Poma editi da Publisher S20109 di Formato Mobipocket
Carlo Magno e Desiderio, la sconfitta dei longobardi. E-book. Formato Mobipocket Stefano Poma - Publisher S20109, 2018 -
Questo scritto di Alessandro Manzoni non è un articolo giornalistico; esso comparve come antefatto nella tragedia “Adelchi”, pubblicata nel 1822, nella quale l’autore raccontava le drammatiche vicende del figlio dell’ultimo re dei longobardi Desiderio, riparatosi a Verona per fuggire al potente esercito di Carlo Magno che, dopo aver superato le Alpi, si spingeva velocemente verso sud, fagocitando tutto quello che incontrava sul suo cammino. Data l’importanza dell’evento, che mise fine al regno longobardo, e quella dell’autore, abbiamo deciso di inserirlo in questa collana riguardante il grande giornalismo italiano, considerandolo un prezioso elaborato informativo di natura storica. Tutto cominciò verso la metà del Settecento, quando sia Pipino il Breve, re dei franchi che aveva ereditato dal padre un esercito formidabile, che Astolfo, re dei longobardi, decisero di espandere i propri territori. Astolfo, coi suoi uomini carichi di armature, si avvicinava prepotentemente verso Roma e il papa, Stefano II, si rivolse a Pipino, il quale scese in Italia annientando le truppe del re longobardo e sconfiggendolo nel 756. In quello stesso anno Astolfo morì cadendo da cavallo e tra i due regni fiorirono quindici anni di pace. Ora, sotto le corone dei due regni, c’erano Carlo Magno e Desiderio, imparentati tra loro perché il primo sposò la figlia del secondo, la bella principessa Ermengarda. Ma il matrimonio durò soltanto un anno, e Carlo, determinato nell’abbracciare una politica ostile nei confronti dei longobardi, la ripudiò nell’anno 771, e scacciò la vedova di suo fratello Carlomanno, Gerberga, anch’essa figlia di Desiderio, la quale, insieme ai figli, tornò dal padre in Italia. I dissapori erano ormai cominciati e il re longobardo mosse un attacco verso Roma, costringendo il nuovo pontefice, Adriano, a chiedere l’aiuto di Carlo. Quest’ultimo, deciso ad annientare definitivamente l’ex suocero, nell’estate del 773 attraversò le Alpi col suo immenso esercito fatto di ferro, in un’impresa epica che ricordava quella di Annibale: “Ah, quanto è stato difficile il passaggio delle Alpi e con quanta fatica i franchi hanno superato quella catena di montagne inaccessibili, quei picchi alti fino al cielo e quelle rocce impervie”, scrisse Eginardo, il biografo di Carlo Magno. L’esercito dei franchi era diviso in due grandi armate. Una era comandata da Carlo, l’altra da suo zio Bernardo. Il primo varcò le Alpi al Gran San Bernardo, il secondo al Moncenisio. Desiderio attaccò Carlo, mentre il figlio Adelchi puntò verso Bernardo, soccombendo ai suoi soldati. Lo zio di Carlo, a quel punto, puntò verso Pavia, dove tutti i longobardi si rifugiarono per fuggire all’inseguimento dei franchi. Una volta entrati dentro la città chiusero le grandi porte e, in preda al terrore, si prepararono a sostenere l’assedio. Resistettero per dieci lunghi mesi ma alla fine, Carlo, riuscì ad espugnare la capitale longobarda. Questo memorabile evento, carico di passione e di eroismo, suscitò un grande interesse nei posteri, i quali arricchivano quei grandi momenti storici con dei particolari fantasiosi, facendoli diventare leggendari. L’assedio di Pavia ispirò l’immaginario collettivo e popolare così come fecero le grandi tragedie greche, e, data la sua epicità, il suo svolgimento tragico, il suo finale mitologico, il suo racconto veniva tramandato di generazione in generazione. Si raccontava che Desiderio salì sulla torre più alta di Pavia insieme a un nobile franco, Ogier il danese, e che, riparati su una finestrella che stava in cima, osservavano il potente esercito franco che si avvicinava. “Scendiamo giù e nascondiamoci sotto terra, per non vedere il furore d’un avversario così formidabile”, balbettò singhiozzando Desiderio. “Non ancora”, rispose Ogier che conosceva bene Carlo, “quando vedrai una messe di ferro spuntare nei campi, e il Po e il Ticino neri di ferro inondare le mura della città come i flutti del mare, allora forse vorrà dire che Carlo sta arrivando...
La notte di giovedì 15 marzo 1860. E-book. Formato Mobipocket Stefano Poma - Publisher S20109, 2018 -
Il 14 luglio del 1789 un terribile terremoto politico, con epicentro a Parigi, scosse l’intero mondo degli imperi e delle monarchie. Una folla inferocita aveva assaltato la Bastiglia, una vecchia prigione medievale che da tempo non ospitava più nessuno, in cerca di armi e munizioni. All’interno delle mura, oltre al suono dei cannoni che tentavano di difendersi, si poteva udire soltanto la voce del governatore De Launay, nobile comandante quarantanovenne che, alla fine, non aveva nessuna voglia di combattere. Ma i parigini buttarono giù i cancelli con la forza, trucidarono le guardie poste a difesa dell’edificio e prelevarono l’ormai ex marchese decaduto che chiedeva pietà. In piazza gli tagliarono la testa e la esibirono per le strade di Parigi, infilata in una picca. Fu il primo atto di una grande opera che si concluse con la decapitazione del re Luigi XVI, un sipario rosso sangue che calava su una scena durata più di mille anni. Il vento della rivoluzione aveva cominciato a soffiare, facendo sventolare le tante bandiere dei popoli oppressi che chiedevano libertà. La Francia era diventata la protagonista, il punto di riferimento, la nazione che creava quel vento. E, nei primi mesi del 1796, il Direttorio della nuova Repubblica francese decise un’azione militare che avrebbe dovuto rovesciare il vecchio ordine politico dell’intero Vecchio continente. Una parte delle truppe si riunì nel territorio al confine con la Germania, un’altra, invece, si mosse verso l’Italia, per obbligare l’Austria ad aprire un secondo fronte. A comando di questo scenario bellico secondario venne messo un generale di ventisette anni, un giovane che qualche anno più tardi farà una strepitosa carriera. Il suo nome era Napoleone Bonaparte. Fu proprio in quel momento che gli animi e i sentimenti dell’unità nazionale si accesero, che le manifestazioni di cultura politica e l’idea di nazione furono elaborate dagli intellettuali dell’illuminismo italiano, cercando di mobilitare energie e individui in uno scopo comune che si concretizzò nel 1859 con la Seconda guerra d’indipendenza e la politica diplomatica di Cavour. Dieci anni prima, nel ’48, l’esercito piemontese aveva cercato, da solo, di sfidare il grande Impero austriaco ed era stato sconfitto. Ora, il conte, trovava in Napoleone III di Francia, nipote del grande Bonaparte, un potente alleato, un cobelligerante che guidava il più capace e moderno esercito del mondo col quale marciare insieme contro le truppe del generale Gyulay e rispedirle indietro verso Vienna. L’incontro tra i due avvenne in segreto, nel luglio del ’58 nella città termale di Plombières, nell’est della Francia. Gli accordi prevedevano una nuova sistemazione dell’intera penisola italiana, divisa in tre Stati. Un regno dell’Alta Italia governato dal re Vittorio Emanuele II di Savoia, comprendente il Piemonte, la Lombardia, il Veneto e l’Emilia Romagna; un regno dell’Italia centrale, formato dalla Toscana e dalle province del papa e un regno del Sud, liberato dalla dominazione della dinastia dei Borbone. A Giovanni Ferretti, papa Pio IX, sarebbe stata offerta la presidenza della Confederazione italiana e la sovranità su Roma e dintorni. Il progetto era definito nei minimi dettagli ma mancava ancora un particolare per la conclusione del mosaico: la guerra. Cavour fece di tutto per provocare gli austriaci: fece eseguire delle manovre militari al confine, arruolò dei volontari nell’esercito e fece celebrare un accalorato discorso al re, nel quale si poneva l’accento sul “grido di dolore” che l’Italia lamentava a causa della dominazione austriaca. Il 23 aprile del ’59 il governo di Vienna inviò un ultimatum al conte, il quale lo respinse. Era il tanto atteso casus belli. I soldati finalmente poterono impugnare le armi e il 20 maggio, a Montebello, il primo scontro tra franco-piemontesi e austriaci inaugurava la Seconda guerra d’indipendenza. Intanto Garibaldi, con un corpo di volontari, penetrava nel nord della Lombardia aprendo un secondo...