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eBooks editi da Adelphi con argomento Manicomio
Succubi e supplizi. E-book. Formato EPUB Antonin Artaud - Adelphi, 2026 -
Con «Succubi e supplizi» ci troviamo di fronte all’ultimo Artaud: incandescente, folgorante. Concepito nei primi mesi del 1946 nel manicomio di Rodez – stazione finale di una lunga tortura iniziata nove anni prima e segnata da sofferenze e mortificazioni indicibili, fra cui più di cinquanta elettroshock –, il testo verrà dettato a una segretaria, che l’editore Louis Broder aveva messo a disposizione di Artaud, tra la fine di novembre dello stesso anno (quando, grazie all’intervento dei pochi amici fidati, sarà riuscito a stabilirsi a Ivry) e i primi di febbraio del 1947. Ma Broder, adducendo motivi di ordine religioso, si rifiuterà di pubblicarlo, sicché la prima edizione si avrà solo nel 1978, con il XIV volume delle «Œuvres complètes». Per il modo in cui è nato (lo testimonia l’ampio «Dossier», che ci offre la rara possibilità di seguire le varie fasi che ne hanno scandito la genesi: stesure autografe, dettatura, rilettura, lettere, appunti, precisazioni) e per la sua stessa natura, «Succubi e supplizi» sfugge a qualsiasi classificazione. Potremmo definirlo una sorta di stenografia bruciante, dove la psiche e il corpo (e mai il corpo è stato così ossessivamente presente in una scrittura) si scontrano, si insidiano, si sopraffanno. Sono questi i testi fondatori di quella «scrittura orale» di cui Artaud ha il segreto: la parola agisce direttamente sui sensi del lettore – o dello spettatore, e sembra quasi comporre lo spettacolo esemplare di quel Teatro della Crudeltà che Artaud ha sempre sognato di mettere in scena, in quanto trascrizione di una lotta irriducibile fra colui che scrive e il mondo, percepito come una immane fattura di magia nera.
Scritti di Rodez. E-book. Formato EPUB Antonin Artaud - Adelphi, 2022 -
Nel settembre del 1937 Antonin Artaud venne arrestato a Dublino, dov'era andato per restituire agli irlandesi il Bastone di San Patrizio. Espulso come «straniero indigente e indesiderabile», sbarcò la settimana dopo a Le Havre già in camicia di forza, pronto per marcire in manicomio a tempo indeterminato. Nel febbraio del 1943, grazie agli sforzi del poeta Robert Desnos, venne trasferito nel territorio di Vichy e assegnato all'istituto di Rodez, diretto da Gaston Ferdière – vecchio sodale dei surrealisti parigini, poeta dilettante, seguace dell'arteterapia, nonché pioniere della «terapia per convulsioni elettriche», ovvero l'elettroshock. A Rodez, dove rimase sino al maggio 1946, dopo anni di silenzio Artaud ricominciò a scrivere, soprattutto lettere: agli amici – Jean Paulhan, Roger Blin, André Gide, Arthur Adamov –, alla madre, ai medici che lo avevano in cura, in particolare il dottor Ferdière, suo salvatore e suo aguzzino. Sono pagine incandescenti, dove Artaud parla della fame, delle privazioni che è costretto a subire e degli orribili effetti di spossessamento e torpore causati dagli elettroshock, ma non solo: parla di mistiche e di santi, di teatro e di poesia, della Alice di Carroll e dei libri di Guénon, del rifiuto della sessualità in nome dell'aspirazione a un'assoluta castità e dell'«affatturamento» di cui si ritiene vittima, della famiglia mitica che si è costruito e dei demòni che lo martirizzano. E soprattutto rivendica il suo essere un poeta veggente che anela – ed è un anelito tutt'altro che delirante – a una verità metafisica.