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eBooks editi da Adelphi con argomento Testi
Leggere pericolosamente: Il potere sovversivo della letteratura in tempi difficili. E-book. Formato EPUB Azar Nafisi - Adelphi, 2024 -
«Finché possiamo immaginare, siamo liberi» ha detto David Grossman. Ma – si potrebbe obiettare – non sarà un lusso riservato agli scrittori? In altre parole: la letteratura esercita un effettivo potere sulla nostra vita quotidiana? Le cinque lettere che fra il 2019 e il 2020 Azar Nafisi ha indirizzato al padre, proseguendo un dialogo che la morte di lui non ha interrotto, sono la più persuasiva risposta a questo cruciale interrogativo. Mentre intorno a lei, anche negli Stati Uniti, la realtà si fa sempre più allarmante – dall’affermarsi di tendenze totalitarie alla pandemia di Covid-19 – e indignazione e angoscia paiono sopraffarla, Azar Nafisi torna a immergersi nei libri che più ha amato, e ci mostra, intrecciando racconto autobiografico e riflessione sulla letteratura, come Salman Rushdie e Zora Neale Hurston, David Grossman e Margaret Atwood, e altri ancora, l’abbiano accompagnata nei momenti più difficili, come veri e propri talismani. E le abbiano dischiuso, con la loro multivocalità, inattese prospettive: insegnandole per esempio a dubitare della soffocante dicotomia tra aggressore e vittima; a vedere nell’odio e nella rabbia, in apparenza capaci di conferire identità, una fuga dal dolore – a comprendere che le grandi opere letterarie sono davvero pericolose, giacché smascherano ogni impulso tirannico, fuori e dentro di noi. Sicché «leggerle pericolosamente» significa accogliere l’irrequietezza e il desiderio di conoscenza di cui ci fanno dono.
Terra, terra!.... E-book. Formato EPUB Sándor Márai - Adelphi, 2014 -
Nel 1969, dopo vent’anni di esilio (e trentacinque dalla pubblicazione delle "Confessioni di un borghese", il primo suo volume di memorie), Márai decide di sfogliare quell’album di immagini morte che si porta dentro e di raccontare gli anni atroci del dopoguerra. In un montaggio implacabile e sontuoso ci fa sfilare quelle immagini davanti agli occhi: dall’apparizione fantasmagorica dei russi sulla sponda del Danubio alle rovine di Budapest, dove Márai va a cercare quel che è rimasto della «vecchia vita» e trova la sua casa ridotta a un cumulo di macerie. E poi il faticoso ritorno a una parvenza di normalità in una città dove tutti odiano tutti. E ancora il tentativo, nell’aprile del ’46, di ritrovare quell’Europa tanto amata e idealizzata, che ora gli appare «sterile, dal vago odore di cadavere, come immersa nella formalina». Sarà, una volta ancora, il desiderio di scrivere nella lingua materna a fargli decidere di tornare in un Paese mutilato, dissanguato, atterrito, sul quale il feroce processo di sovietizzazione stende una ragnatela che si fa «ogni giorno più fitta e appiccicosa». Infine, dopo un anno e mezzo, nel settembre del 1948, quando gli è stata ormai tolta la libertà di scrivere («Il papa letterario dei comunisti, uno studioso di estetica di nome György Lukács,» annota Márai nel diario «mi decapita nella rivista del suo partito») e, soprattutto, la libertà di tacere, la decisione di andare via, o meglio di «andare verso qualcosa». A spingerlo è la «nostalgia della Terra»: il desiderio di «vedere quello che dalla coffa dell’albero maestro della caravella di Colombo aveva visto il mozzo quando, all’alba, con la voce rotta dall’emozione, aveva gridato: “Terra, terra!...”». Fra i molti che hanno raccontato quegli anni in Europa, Márai spicca per la potenza della parola, per la perfetta lucidità della mente e per la sua capacità di mostrarci la guerra e ciò che ad essa è seguito come varianti di un identico orrore.