Libri di narrativa classica prima del 1945

Opere di narrativa classica antecedenti al 1945

EBOOK   9788874629244

Nemici. E-book. Formato EPUB Anton Cechov   -  Quodlibet Note Azzurre, 2014  - 

In questo libro ci sono tre storie, raccontate nell’introduzione da Giovanni Maccari. La prima storia, scritta dal grande narratore russo Anton Cechov nel 1887, è quella del medico condotto Kirilov che ha appena perduto il figlio di sei anni e viene costretto dal fatuo Abogin ad uscire di casa per soccorrere la moglie, la quale per parte sua ha però inscenato un malore per fuggire con l’amante. La seconda storia ha per protagonista il traduttore italiano della prima, Leone Ginzburg, ebreo e oppositore del fascismo che su questo racconto lavorò dal confino poco prima di morire, nel 1944, per consegnarne la versione snella e asciutta che qui si ripropone ad un altro grande scrittore, Tommaso Landolfi, il quale la incluse nella sua antologia di “Narratori russi” che uscirà nel 1948. Nella terza storia si parla invece di uno sventurato traduttore di Cechov, capitato negli anni Trenta sotto la penna di Leone Ginzburg, implacabile recensore e dotto slavista che ne smonta le scelte in nome di “quella res nullius che è ancora la letteratura russa”, praticata troppo spesso “da onestissime maestre di grammatica o da signore col fascino slavo”, ribadendo la propria valutazione dello stile di Cechov e del modo più esatto di tradurlo: uno “stile familiare” ma “ricco d’allusioni, di frasi pregnanti, d’anacoluti”, quello del grande scrittore russo, che chiede al traduttore, tra le altre cose, “un senso schietto e vivace della lingua parlata (quella di Cechov è tutta lingua parlata)”.

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EBOOK   9788874629213

L'orologio. E-book. Formato EPUB Ivan S. Turgenev   -  Quodlibet Note Azzurre, 2014  - 

La grandezza di Turgenev è sovrastata e quasi strozzata dalla circostanza anagrafica di essere venuto al mondo in un luogo e in un periodo che stavano per ospitare due giganti della narrativa di ogni tempo come Dostoevskij e Tolstoj: tanto bastò perché la sua notevole fama in vita sfumasse nei decenni successivi e il suo profilo si dimensionasse in quello di un brillante precursore o di un delizioso minore. Tuttavia, se la sua musa non conobbe la tormentata profondità filosofica dostoevskiana né la capacità, solo di Tolstoj, di restituire intatta e prodigiosamente fragrante l'integralità di un'esistenza, Turgenev rimane uno dei narratori indispensabili dell'Ottocento europeo. E se ciò è vero a livello storiografico, lo è ancora di più, forse, sul piano della realizzazione poetica ancora pienamente apprezzabile, soprattutto nella misura breve dei racconti, di cui – scrive Luca Lenzini nella postfazione – anche "il poco indulgente Nabokov riconobbe la riuscita". È qui che non si smette di ammirare, al di là della consumata bravura nell'allestire il plot, la gestione della durata di una vita che fa dello stesso tono della voce (impastata di memoria esplicita e di una pungente, vibratile e velata nostalgia di ciò che il tempo non restituisce) un protagonista della sua opera. Tanto più in questo caso: a narrare in prima persona un uomo anziano, che rievoca le vicende legate a un orologio che entrò varie volte, per una specie di ostinazione del destino, nelle sue mani, e che gli permette di riandare con la mente agli anni dell'adolescenza, alla vita domestica di personaggi vivissimi come il cugino e "grande amico" Davyd, il padre, l'amico-nemico di quest'ultimo (una figura di umiliato e offeso, stralunato dalla sventura, che non si dimentica); e intanto monta la coscienza, che emergerà con accenti di alta e serena elegia nel finale, che "il tempo scandito dalle lancette dell'orologio d'argento non conosce interruzioni nel suo scorrere, alle giovinezze seguono altre età e con esse i ricordi, ma per le esistenze che cadono nel corso impetuoso e collettivo della storia, è diverso". Tutti elementi più che sufficienti a raccomandare la lettura di questo libro. Ma un motivo ulteriore di importanza – e tale da suscitare anche singolarmente un grande interesse – è dato dalla firma del traduttore: Giaime Pintor, ovvero uno dei traduttori migliori del nostro Novecento. Da quando fu edita nel 1946 da Bompiani, nessuno aveva più ripubblicato questa sua traduzione, spesso sconosciuta anche agli esperti. Eppure al di là degli amatissimi autori tedesci, l'enfant prodige morto giovanissimo durante la guerra partigiana aveva fatto in tempo a consegnarci con la sua lingua duttile e limpida un'altra testimonianza del suo talento. Paolo Maccari

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