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Manuale del traduttore di Giacomo Leopardi. E-book. Formato EPUB Osimo Bruno - Osimo Bruno, 2026 -
«Giacomo Leopardi ha scritto un Manuale del traduttore? Non lo sapevo!» Questa potrebbe essere la prima reazione davanti al titolo di questo libro. Effettivamente no, il titolo ce l’abbiamo messo noi, però nello Zibaldone di pensieri c’è una quantità considerevole di materiale utile per studiare la traduzione. Del resto, le recenti teorie semiotiche affermano che il testo è un processo che si svolge tra la mente dell’autore e la mente del lettore e quindi noi, in qualità di lettori, ci sentiamo autorizzati a scegliere nel materiale dello Zibaldone frasi che parlano di argomenti secondo noi legati alla problematica traduttiva, riordinarle secondo categorie nostre o comunque successive di gran lunga all’arco temporale di Giacomo Leopardi, riattualizzarle e commentarle.Lo Zibaldone di Leopardi, scritto tra il 1817 e il 1832, è il diario intimo di una mente geniale. Di solito chi scrive un diario non lo fa allo scopo di pubblicarlo, ma quello di Leopardi rappresenta un’eccezione, poiché la sua composizione e sostanza sembrano mirare a questo esatto proposito: Leopardi ha creato un indice, ha riletto e corretto le sue annotazioni a più riprese, ha inserito rimandi tra le varie parti del testo... insomma, più che la spontanea e casuale stesura delle riflessioni personali sembra un dialogo interno a cui il mondo intero dei posteri è invitato a partecipare.Le argomentazioni presentate spaziano per tutti i campi dello scibile. Questo libro non ha la pretesa di prendere in considerazione l’intera opera leopardiana né tantomeno aspira ad affiancarsi alle edizioni critiche dello Zibaldone; la nostra idea era “frugare” dentro questa personale galleria di pensieri e scovare le riflessioni del maestro su un argomento ben preciso: la traduzione.Sparse per le quattromilacinquecentoventisei pagine che compongono il manoscritto, ci sono brillanti meditazioni sul valore della scrittura e della traduzione, formulazioni originalissime che anticipano di molti anni – volendo cogliervelo – il pensiero di psicologi linguisti semiotici e che offrono uno spunto dal quale è possibile riconsiderare molte convinzioni non solo sulla traduzione, ma anche sulla scrittura, sulla letteratura e sull’intelletto. Abbiamo raccolto questi frammenti e li abbiamo ordinati in modo da esplicitarne il filo logico e produrre un discorso, un compendio che illustra il modo in cui Leopardi intendeva la traduzione. In altre parole, abbiamo costruito Il manuale del traduttore di Giacomo Leopardi.Il libro è diviso in tre parti. Nel primo capitolo, intitolato «Traducibilità della cultura», abbiamo segnalato quelli che per Leopardi rappresentavano gli ostacoli principali del tradurre e del “bello scrivere”, ma vi trovano posto anche valutazioni sul ruolo della scrittura e della letteratura nella società, per concludere con una riflessione sull’esistenza di una “lingua universale”. Nel secondo capitolo, intitolato «Il discorso interno e la traduzione», le sue affinità con le idee di Peirce e Vygotskij sul ruolo della mente nel processo traduttivo e con quelle di Torop sull’impossibilità di una “traduzione perfetta” sono così evidenti da meritare un approfondimento. Infine, nel capitolo «Le tre sorelle», riportiamo la visione netta che Leopardi aveva della traduzione nelle tre più importanti lingue europee del tempo: francese, tedesco e italiano.Il lettore troverà due testi che s’intrecciano: il nostro, di grandezza normale, e quello di Leopardi, di giustezza leggermente ridotta. Il numero tra parentesi accanto alle citazioni leopardiane è quello della pagina del manoscritto originale.
Zio Vanjaversione filologica. E-book. Formato EPUB Cechov Anton - Osimo Bruno, 2025 -
Quando si traduce si fanno necessariamente delle scelte, perché non si può tradurre tutto in modo ottimale. Nel caso specifico, quando il testo della traduzione è destinato alla recitazione, tutte le battute devono avere come dominante la recitabilità, la pronunciabilità, la plausibilità della frase. Sono considerazioni che fa in primo luogo l’autore, e che il traduttore deve fare proprie.Fermo restando che un testo del 1896 non può avere di solito lo stesso registro e lo stesso lessico di un testo del 2024, le frasi devono suonare verosimili in bocca a chi le pronuncia.Questa è stata la nostra preoccupazione principale traducendo il capolavoro di Cechov.L’altra dominante è stata il rigore filologico. Quando si traduce un gigante, non solo letterario ma anche filosofico e umano, bisogna mettere da parte – se necessario: con Cechov a noi è successo molto di rado – il proprio gusto personale e lasciar emergere quanto possibile la poetica dell’originale.Il dramma è costruito intorno alla figura di un uomo tanto inutile quanto pieno di sé, Serebrâkóv, docente universitario che è riuscito a convincere tutti intorno a sé – sia in casa che nel mondo accademico – di valere, di avere delle idee, di avere studiato e di avere qualcosa da insegnare. Anche nella tenuta dove è ambientato il dramma, finora tutti hanno vissuto per lui, e durante il dramma si ha lo svelamento, lo smascheramento, a opera proprio di zio Vanâ. («Vanâ» è il vezzeggiativo di «Ivàn», nell’elenco dei personaggi è citato come Ivàn Petróvic Vojnìckij, e nel corso di tutto il dramma le battute del personaggio sono indicate come «Vojnìckij».)A margine di questo motivo ci sono due amori impossibili. La donna più bella del dramma ha deciso di “suicidarsi” da viva o di punirsi sposando il trombone assai più vecchio Serebrâkóv, ma in realtà segretamente ama, ricambiata, il medico Àstrov, un alter ego di Cechov stesso, ma per motivi etici non vuole cedere al corteggiamento di lui. E la nipote di Vànâ, Sóf’â Aleksàndrovna detta Sónâ, è invece perdutamente innamorata di Àstrov, che non la considera, ma lei finge di non accorgersene e le va bene così, sceglie questa sua condizione di amante respinta come sua condizione permanente, stabile, come sua ragione di vita. La sua nevrosi – come quella di Eléna Andréevna – fa sì che la sua realizzazione come persona consista nel non riuscire a essere felice, nel non perseguire la felicità ma la sofferenza.Quando la bolla di Serebrâkóv viene smontata da zio Vanâ, la percezione esterna generale è però che quello “spostato” sia Vanâ, non il professore narcisista. Il narcisismo, l’autoreferenzialità sono perdonati, e invece è duramente sanzionato il suo svelamento.L’unica persona seria che esce quasi immune dalla vicenda è Àstrov, che si preoccupa del futuro (di noi oggi), e pianta boschi per le generazioni a venire, perché ha già capito quello che succederà con l’industrializzazione selvaggia. In un certo senso ha già capito la deforestazione e il buco dell’ozono. Ma non per questo è più felice, e tutti lo considerano un bislacco, e lui si dà all’alcol per obnubilare questa dura realtà.In Cechov c’è sempre questo contrasto tra apparenze elevate e basso cabotaggio delle aspirazioni effettive. C’è sempre qualcuno che suona o canticchia motivetti stupidi, qualcuno che dice cose ovvie o proverbiali. Il proverbio, la frase fatta, è un artificio che Cechov usa per rivelare la póšlost’, la trivialità, la volgarità della cultura dominante. Perché Cechov non nasconde mai il mistero dell’esistenza né a sé stesso né a noi e, lungi dal farne motivo di superstizione religiosa, sa di non sapere e cerca di mettere a nudo la nevrosi dell’uomocivilizzato, la psicopatologia della vita quotidiana.Questa versione è stata realizzata dagli studenti del secondo (ultimo) corso 2023-2024 della laurea magistrale in traduzione presso la Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli», sotto la supervisione di Bruno Osimo.