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Come un fiore fatato. Lettere di Paola Drigo a Bernard Berenson Melis Rossana (Cur.) - Il Poligrafo, 2016 - Humanitas
"Stare un poco con voi è diventato quasi una necessità della mia vita". Con queste parole la scrittrice Paola Drigo (1876-1938) riconosce il valore della corrispondenza che sta tenendo con lo storico e critico d'arte Bernard Berenson (1865-1959), definito da Montale "il maggior faro" della città di Firenze. Uno scambio epistolare avviato negli anni della maturità, inizialmente accompagnato da imbarazzo e diffidenza, che si trasformerà poi in un rapporto più intimo e cordiale, durato tre anni e mezzo, fino alla sua morte. L'amicizia tra i due intellettuali nasce del tutto inaspettatamente, "come un fiore fatato", ma è destinata a rafforzarsi nel tempo. Le centotré lettere qui raccolte gettano luce sul ricco e vivace universo interiore e letterario di Paola Drigo. La scrittrice racconta in modi spesso ironici la sua vita quotidiana, il mondo della provincia veneta, parla dei suoi viaggi, delle sue passioni letterarie, del romanzo Maria Zef che sta completando. La comunicazione epistolare con Berenson diventa per lei una consuetudine irrinunciabile, che l'accompagna nel lento succedersi dei giorni: "Io voglio scrivervi, perché non farlo mi dispiacerebbe troppo".
Paola Drigo settant'anni dopo Bartolomeo B. (Cur.) Zambon P. (Cur.) - Fabrizio Serra Editore, 2009 - Biblioteca Di «Studi Novecenteschi»
Paola Drigo (Castelfranco Veneto, 4 gennaio 1876 - Padova, 4 gennaio 1938), una delle voci più importanti e originali della narrativa italiana (e veneta in particolare) della prima metà del Novecento, fu autrice di una serie di racconti e di due romanzi, pubblicati ambedue nel 1936: Fine d'anno e Maria Zef. Il giudizio, e la riscoperta dell'opera della scrittrice, ascrissero per sempre Paola Drigo a quel gruppo che a inizio Novecento affermò una forte e viva presenza femminile nel panorama letterario italiano: i suoi libri si accompagnarono a quelli di Deledda, Negri, Aleramo, certo meno aggressivi, ma non diversamente acuti e perspicui nel documentare l'insofferenza e il disagio di una generazione di donne che pensava con la propria testa e non voleva saperne di restare confinata in casa. Così come i romanzi, anche i racconti denunciavano le sofferenze femminili in una società oppressivamente patriarcale, la quale pretendeva, non senza crudeltà e violenza, la più assoluta subordinazione. A settanta anni dalla morte, il volume che qui si presenta, raccogliendo gli Atti di un convegno tenutosi a Padova nell'ottobre del 2007, vuole svolgere una riflessione critica approfondita sull'opera di quella che è stata certamente la maggiore scrittrice d'area veneta della prima metà del ventesimo secolo e di cui oggi l'Archivio degli Scrittori Veneti del Novecento ha la fortuna di custodire le carte.