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L'orca e la regina. Epos, romanzo, parodia in Stefano D'Arrigo Blasi L. (Cur.) Francucci F. (Cur.) - Mimesis, 2021 - Eterotopie
L'opera narrativa di Stefano D'Arrigo - il colossale epos tardonovecentesco di Horcynus Orca e lo smilzo, reticente Cima delle nobildonne - ha intrattenuto un rapporto ambiguo con il canone della letteratura contemporanea. L'insieme degli scritti raccolti in questo volume affronta da varie prospettive (antropologiche, socioculturali, traduttologiche) lo scrittore di Alì, nell'intenzione di mostrare quanto il suo lavoro di artista orgogliosamente autosegregato - o "culo di pietra", secondo una sua colorita definizione - intersecasse i dibattiti culturali più vivi del secondo Novecento, tuffandosi nella materia traumatica del secolo, ovvero il combinato di guerra totale e tecnica invasiva. La nomea di romanziere bizzarro e inavvicinabile che per molto tempo ha accompagnato D'Arrigo, già a più riprese revocata in dubbio dall'ultimo ventennio di studi, qui si conferma una volta per tutte frutto di un equivoco. Di cui l'appendice iconografica e bibliografica esibisce la dinamica di formazione, tra letture frettolose e pregiudiziali ideologiche e estetiche legate alla stagione che vide uscire l'Orca. Doppiato il capo del centenario della nascita (1919), bisogna continuare a leggere D'Arrigo come una figura cruciale che ha interpretato in profondità il nostro tempo con i soli mezzi della letteratura.
Orche e altri relitti. Sulle forme del romanzo in Stefano D'Arrigo Biagi Daria - Quodlibet, 2017 - Quodlibet Studio. Lettere
Ogni epoca di crisi lascia relitti dietro di sé: lo sanno i protagonisti di Horcynus Orca (1975), i pescatori di Cariddi che quasi con disappunto assistono alla morte del loro incubo più feroce, l'orca assassina. All'indomani della seconda guerra mondiale, quando l'Italia entra nella fase decisiva della modernizzazione, Stefano D'Arrigo racconta la fine del mondo premoderno senza cedere alla tentazione di mitizzarlo: mentre sotto gli occhi del lettore si dispiegano gli scenari arcaici del viaggio di 'Ndrja Cambrìa, la voce che li racconta guida in maniera quasi subliminale nella direzione opposta. D'Arrigo non è un creatore di miti, ma un distruttore: da Hölderlin (su cui si laurea nel 1942) e soprattutto da Gogol' (di cui riscrive Le anime morte ambientandole in Sicilia) ha appreso come recuperare eroi e valori del passato mettendoli a distanza, rappresentandoli appunto come relitti. Le sue «riplasmazioni» di lingue e generi letterari ricordano quelle «formazioni di compromesso» che negli stessi anni Ernesto de Martino indagava sul piano antropologico. Dalle poesie di Codice siciliano (1957) fino alla prosa spezzata di Cima delle nobildonne (1985) vediamo così emergere lo sguardo comprensivo ma disincantato, a volte persino comico, di uno scrittore pienamente moderno, che per potenza inventiva della lingua Primo Levi collocherà sul «meridiano della salvazione del riso» insieme a Porta, Belli e Rabelais.
D'Arrigo, Guttuso e i miti dello Stretto Palumbo Sergio - Le Farfalle, 2016 - Turchese
L'idea di "Horcynus Orca", il romanzo pubblicato nel 1975 da Stefano D'Arrigo, nasce poco più di un quarto di secolo prima a Scilla, sullo Stretto di Messina, nell'ambito di un progetto non codificato con Renato Guttuso tra pittura e scrittura. Grazie alle ricerche di Sergio Palumbo su testi risalenti al 1949 dei due artisti, emerge il comune impegno di rivisitare miti classici, leggende e racconti popolari legati al microcosmo dello "Scill'e cariddi". Secondo il modello gramsciano dell'intellettuale organico e il messaggio etico vittoriniano di ricostruzione spirituale e materiale dell'Italia post-fascista, al centro del progetto sono l'uomo e il riscatto degli umili lavoratori, nuovi eroi del tempo moderno. Tra il '49 e il '50 Guttuso dipinge a Scilla pescatori, marine e battute di caccia al pesce spada. Da lì si consolida il suo realismo sociale e contemporaneamente parte l'avventura letteraria dell'"Horcynus" di D'Arrigo.