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Giulia Colbert di Barolo. Marchesa dei poveri Montonati Angelo - Paoline Editoriale Libri, 2011 - Uomini E Donne
"Io devo dedicarmi a tutti i miserabili. Io devo scontare i secolari privilegi degli avi, devo saldare i debiti che essi hanno contratto coi paria e con gli sfruttati; devo pareggiare l'implacabile conto che ciascuno di loro ha con la propria coscienza. Sono stata l'amica delle prigioniere. Ho sofferto con loro. Esse lo hanno sentito e mi hanno aperto il loro cuore". Sono parole della marchesa Giulia Colbert di Barolo, donna dell'alta nobiltà francese, originaria della Vandea che visse la sua prima giovinezza nel clima arroventato della Rivoluzione. Alla corte di Napoleone aveva incontrato il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo che divenne suo marito. Una personalità straordinaria, sensibile, colta e dotata di una grande sensibilità religiosa e di una profonda consapevolezza sociale che la spinse, con il marito, a dedicarsi ai poveri di Torino e a battersi per il recupero degli emarginati. Si impegnò per una riforma delle carceri che all'epoca non erano certamente luoghi di recupero, una riforma che avrà risonanza non solo in Italia. Prima donna a ricoprire tale incarico, fu Sovrintendente del carcere femminile di Torino nominata con dispaccio ministeriale e confermata dal re Carlo Alberto. Una riforma, la sua in anticipo sui tempi e che dimostra il coraggio e la lungimiranza di una protagonista dell'800 italiano, segnato dalla presenza creativa del laicato cattolico.
Poveri a palazzo. Carlo Tancredi e Giulia, marchesi di Barolo: una santa storia d'amore Soldi Primo - Itaca (Castel Bolognese), 2021 - Telemaco
Si incontrarono alla corte di Napoleone. Lei, Juliette, vandeana, intelligente, colta, bella, dama di compagnia dell'Imperatrice. Lui, Carlo Tancredi, diplomatico a servizio dell'Imperatore, discendente di una nobile e ricchissima famiglia piemontese. Una coppia felice, turbata dal fatto di non avere il dono dei figli. L'educazione ricevuta e la loro disponibilità a lasciarsi colpire dalle tante forme di povertà in cui si imbatterono - dal grido di un carcerato all'infanzia abbandonata - li aprirono a una diversa paternità e maternità. Essi vissero la loro condizione di aristocratici mettendo tutto ciò che avevano e loro stessi a servizio della loro città, delle persone e del bene comune. Frutto maturo della loro intelligente carità in ambito educativo e carcerario fu la fondazione di due congregazioni religiose, le Figlie di Gesù Buon Pastore e le Suore di Sant'Anna, che ancora oggi rendono fecondo il loro carisma. Una storia d'amore alimentata da una grande compagnia di amici santi, vissuta nel contesto di un'epoca di grandi trasformazioni a livello economico, sociale e politico. La Chiesa li ha riconosciuti venerabili e ce li indica come esempi di santità laicale e coniugale che, abbracciando il Signore, abbraccia tutto e tutti.