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I bulli di Roma Rossetti Bartolomeo - Newton Compton, 2008
L''Enciclopedia Italiana, con una definizione lapidaria, liquida il bullo in tre righe: "Giovane arrogante, violento, teppista, bravaccio. In senso non cattivo, bellimbusto, persona che veste con ricercatezza, senza riuscire ad essere elegante". C'è intanto, in questa definizione affrettata, una sovrapposizione fra il bullo vero e proprio e il "paino", o "perdigiorno"; va inoltre osservato che ridurre il fenomeno ai suoi aspetti teppistici significa sottovalutarne la complessità: nel bullismo romano confluiscono un desiderio prepotente di affermazione personale, di supremazia sociale senza scopo di lucro, la spinta alla competizione agonistica, il senso dell'"onore", del coraggio nella sfida aperta e leale, il ricordo della "romanità" vissuta come ammirazione dell'eroismo antico, mitizzato e filtrato attraverso l'epica popolare. Né si può tralasciare la dimensione sociale del bullismo: nella psicologia del rione si stabiliva spontaneamente una gerarchia di prestigio e di rispetto, accettata da tutti come naturale; in questo senso il bullo, più che un prepotente, era considerato un capopopolo, un uomo che emergeva individualmente ma sempre all'interno di un sistema di valori collettivamente riconosciuti. Partendo da questi elementi, l'autore muove alla ricerca delle radici letterarie del fenomeno, da Jacaccio a Meo Patacca, dai poemi eroi/comici alla Commedia dell'Arte, non rinunciando a calare le "imprese" dei grandi bulli della cronaca e della storia nell'ambiente che li ha prodotti.