Libri di narrativa e argomenti correlati
Opere di narrativa e argomenti correlati
La tigre viziosa Antonielli Sergio Cadioli A. (Cur.) - Palingenia, 2025 - I Canali
In una trascinante favola nera, che Eugenio Montale ebbe a definire, in una recensione, «un tour de force di abilità e di fantasia pura», si snoda il racconto autobiografico di un maschio di tigre caduto nel vizio di mangiare gli esseri umani, generalmente estranei alle consuetudini alimentari delle fiere. All'inizio il sapore dolciastro della carne dell'uomo che «il tigro» ha sbranato quasi per caso, in un momento di foga, gli provoca disgusto. Ma a poco a poco alla ripugnanza si mescola una irresistibile attrazione, una crescente fascinazione che finirà per corrompere la belva, facendole smarrire la primitiva purezza della sua ferocia e insinuando in lei una sensibilità e una fragilità emotiva del tutto estranee alla sua natura, che la isoleranno dai suoi simili («Io non ero più una tigre, ero una bestia a metà d'un misterioso viaggio) e la condurranno, fatalmente, a una tragica fine. Favola allegorica che è insieme conte philosophique e romanzo psicologico, "La tigre viziosa", pubblicata nel 1954 nei «Gettoni» Einaudi, veniva presentato da Elio Vittorini - direttore della collana - come «un libro imprevedibile, sensazionale»; e Italo Calvino, che ne aveva consigliato la pubblicazione, scriveva a Sergio Antonielli: «È una lieta sorpresa. L'ho letto con entusiasmo». Parole che, a distanza di settant'anni, i lettori di oggi non potranno che confermare.
Il campo 29 Antonielli Sergio - Isbn Edizioni, 2009 - Novecento Italiano
"Il campo 29" racconta un fatto storico probabilmente sconosciuto ai più: la prigionia, durante la Seconda guerra mondiale, di circa diecimila ufficiali italiani concentrati in quattro campi a Yol, ai piedi della catena himalayana. Ma in realtà il campo 29 non esisteva, c'erano il 25, il 26, il 27 e il 28, il 29 era solo nel gergo dei prigionieri perché quando ne moriva uno dicevano "è andato al 29". Sergio Antonielli descrive le sofferenze fisiche - la denutrizione, la febbre del filo spinato, il clima insopportabile - ma soprattutto concentra il suo racconto sulla prigionia come condizione esistenziale. La sospensione della vita nel campo, le ore trascorse a riprendere le proprie attività nel punto dove le si erano lasciate: il professore studia, il commerciante traffica, il sarto taglia e cuce. Un'amara e fittizia recita collettiva per cercare di mascherare il progressivo disfacimento dell'uomo e tentare, se possibile, di sopravvivere.
Oppure, niente Antonielli Sergio - Minimum Fax, 2026 - Nichel
Osservandosi riflesso nello specchio dietro al bancone di un bar, un uomo riconosce improvvisamente il volto del padre, morto suicida a quarantanove anni. Inizia così il monologo interiore del protagonista, architetto quarantasettenne, divorziato da una moglie che vede ormai quasi come una sorella, padre di una figlia adolescente con cui fatica a ricucire un rapporto, professionista stimato come ne esistono a migliaia. Scorcio sulla mente e l'anima di un aspirante suicida "Oppure, niente" non è solo una storia umana commovente, dolce, disperatamente ironica: ripercorrendo i rapporti tra un padre compromesso con il fascismo e un figlio diventato uomo nel Dopoguerra, Antonielli ha dipinto l'affresco morale di un'Italia spaccata e in crisi quanto il suo protagonista, uscita dagli orrori della guerra con le mani e la coscienza sporche di sangue, apparentemente lanciata verso un futuro fatto di ricchezza, sicurezza e stabilità ma profondamente immersa nell'ovatta narcotica della placida convenienza, nel pantano delle zone grigie, oppressa da una debilitante incertezza che ha le fattezze di un presagio, di uno spettro, di una condanna.