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Lo stato secolarizzato nell'età post-secolare libro
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LIBRO   9788815124203

Lo stato secolarizzato nell'età post-secolare Rusconi G. E. (Cur.)   -  Il Mulino, 2008  -  Istituto Storico Italo-Germ. Quaderni

Il titolo del volume, "Lo Stato secolarizzato nell'età post-secolare", enuncia il doppio fuoco delle riflessioni in esso sviluppate: secolarizzazione e post-secolarismo. Definire "post-secolare" la condizione delle società occidentali odierne significa riconoscere che esse hanno completato il processo della secolarizzazione storica - in modo irreversibile in particolare per quanto riguarda la neutralità dello Stato, ovvero la sua laicità. Ma il fenomeno della secolarizzazione non ha cancellato la religione, né l'ha rinchiusa rigorosamente nel privato. L'era post-secolare segnala appunto le nuove problematiche sollevate dalle religioni che riconquistano lo spazio pubblico. Secondo alcuni interpreti il post-secolarismo rompe gli equilibri delle religioni tradizionali radicalizzandole e spingendole in direzione di quello che viene genericamente chiamato "fondamentalismo", coinvolgendo anche la politica. Altri interpreti invece non vedono nel post-secolarismo particolari intensificazioni o rielaborazioni del patrimonio religioso, ma soprattutto la crescente e riconosciuta influenza delle Chiese nella sfera pubblica su temi di etica pubblica. L'analisi è resa ancora più complicata dalla diversità dei contesti nazionali e culturali. Il volume offre l'occasione per mettere a fuoco la pluralità degli impianti analitici e teorici.

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LIBRO   9788815111074

L'entrata in guerra dell'Italia nel 1915 Rusconi G. E. (Cur.)  Hurter J. (Cur.)   -  Il Mulino, 2010  -  Istituto Storico Italo-Germ. Annali

Gli italiani hanno un rapporto difficile con la guerra. Anche con la guerra che hanno sentito più intimamente, nel bene e nel male: la Grande guerra. Essa è rimasta nella memoria collettiva come "la nostra guerra". Così l'hanno chiamata gli interventisti nel 1915, ma è diventata tale soltanto quando l'hanno fatta propria milioni di uomini, magari maledicendola, nelle trincee. Una guerra che avrebbe creato un enorme potenziale di identificazione nazionale ma che non era desiderata. Ciò che spinge nella primavera del 1915 alla guerra il governo nazional-liberale di Antonio Salandra e di Sidney Sonnino è soprattutto la volontà di conquistare per l'Italia lo status di "grande potenza" nell'area adriatica e balcanica. È un gesto di politica di potenza forte e pieno. È un atto del tutto legittimo secondo la logica geopolitica del tempo. La guerra è dunque voluta e imposta dall'alto dalle autorità istituzionali sotto la pressione di minoranze attive e prepotenti, al limite della legalità. Ma l'operazione di attivazione e mobilitazione dall'alto a favore dell'intervento funziona. La popolazione, inizialmente in gran parte perplessa e incerta, si mostra alla fine disponibile, remissiva, disciplinata. Fa un atto di fiducia nella propria classe dirigente. C'è l'attesa di una guerra breve, risolutiva, vittoriosa. Invece lo "sbalzo offensivo" promesso e atteso dai militari e dai politici nell'estate 1915 manca o fallisce miseramente. La guerra si rivela un azzardo.

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