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L'Ultimo degli ebrei. Jacques Derrida e l'eredità di Abramo Geraci Silvia - Mimesis, 2010 - Novecento
"L'ultimo degli Ebrei": così Jacques Derrida, da un certo momento in poi, ha scelto di presentarsi, lasciando emergere, in maniera volutamente paradossale, la propria provenienza di ebreo algerino di lingua francese. Disseminate all'interno della sua opera, le tracce di questa eredità ebraica sono allora divenute sempre più evidenti anche ad uno sguardo retrospettivo. Scegliendo come chiave di lettura dell'intera opera derridiana il suo "rapporto senza continuità ma senza rottura" con l'ebraismo e, più in generale, quello con le tradizioni monoteistiche, il presente studio tenta di ricostruire il lascito di un'eredità capillare e imponente, e tuttavia irriducibile ad una mera filiazione. Per comprendere il carattere paradossale di tale rapporto, al tempo stesso assunto e negato, appare decisiva la figura del marrano, l'ebreo che, in segreto, custodisce una tradizione a tal punto contaminata da divenire irrecuperabile. Alla luce del confronto serrato e costante con il pensiero di Lévinas, ma anche del rapporto con il pensiero di Heidegger, tale eredità si mostra irriducibile sia ad un orizzonte religioso, sia ad una illuministica secolarizzazione. Derrida intende piuttosto riaffermare, al di là di ciò che "religione" e appartenenza religiosa significano, il primato di una fede che, al fondo anche di ogni sapere, ci affida all'altro.
Proprietà di parola. Derrida e la metafora Vigorelli Ilaria - Mimesis, 2015 - Novecento
La metafora è un concetto decisivo nella concezione e nel metodo di lavoro di Jacques Derrida, decisivo nella tessitura del suo linguaggio. Non solo perché la metafora è il luogo e il banco di prova privilegiato del fatto che il significante precede il significato, assicurandone il funzionamento. Ma anche perché lo stile di lavoro di Derrida consiste nel circoscrivere il significato, analizzando (de-costruendo, nel linguaggio derridiano) il luogo e le leggi della sua costituzione, che riposano non sulla trasparenza di un logos, ma sull'intreccio originario di un rimando, di una dislocazione non visibile a un colpo d'occhio. La metafora è pensata da Derrida come l'origine, come il movimento generativo del suo stesso discorso. Qui si radica l'originario articolarsi della unità e insieme del differire delle classiche opposizioni: sensibile/intelligibile, esteriore/interiore, trascendentale/empirico, tempo/spazio. "In questo giunto imprendibile, in questo grafico irrappresentabile Ilaria Vigorelli, alla scuola di Derrida, lavora a rintracciare i segni di questa azione unitiva, abissalmente sui generis, nella struttura stessa del logos occidentale" (dalla Prefazione di Gianfranco Dalmasso).