Libri di Bal
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Gli universali. Equivoci, derive e strategie dell'universalismo Balibar Étienne - Bollati Boringhieri, 2018 - Saggi. Filosofia
Universale, universalità, universalismo. Tre parole che in Occidente hanno inaugurato la modernità e che oggi, entrate nel linguaggio corrente, suonano più che mai attuali perché appaiono in sintonia con il mondo globalizzato, accreditandosi addirittura come sue ambasciatrici nella sfera dei diritti. In realtà, quel «valere per tutti» invocato a criterio supremo di equità e inclusione poggia su basi malferme, non accidentalmente, ma costitutivamente. Lo sanno bene, i filosofi, quanto «dire l'universale» equivalga a seminare scompiglio, ad attizzare dispute accanite. Uno dei maggiori tra loro, Étienne Balibar, lo ritiene tuttavia un compito a cui il pensiero non può sottrarsi, anzi la stessa ragion d'essere della filosofia, che così manifesta sino in fondo la propria intrinseca politicità. Concepito in opposizione ai particolarismi identitari e comunitari, alle chiusure, ai privilegi e alle disuguaglianze che vi sono connessi, il discorso dell'universale - l'universalismo - vive però delle contraddizioni, delle aporie, degli equivoci e delle ambivalenze che genera in permanenza. A cominciare dall'assolutezza a cui aspirano le sue formulazioni, subito relativizzate dal fatto di essere radicate in una lingua, in una storia, in una cultura, ed esposte al rischio di esercitare intolleranza, discriminazione e violenza nel momento del passaggio all'atto. Se dunque gli universalismi si danno, per ineliminabile paradosso, solo al plurale, l'universale non è una forma pura, un'idea svincolata da ogni determinazione spazio-temporale ed esprimibile in un inesistente metalinguaggio: secondo Balibar, non è neppure un concetto, bensì «il correlato di un'enunciazione che produce o meno, a seconda delle circostanze, un effetto di universalità». Ed è questo sorprendente dispositivo, innanzitutto antropologico, che qui viene decostruito nelle sue molteplici strategie conflittuali.
Appartenenze sconosciute. Politiche della traduzione culturale Baldi Vania - Editori Riuniti University Press, 2006 - Saggi. Filosofia
Intorno a ciò che si definisce appartenenza aleggia una semantica che generalmente riconduce alla velleità di una padronanza se non all'egoismo di una proprietà. Sia essa intesa nella sua declinazione politica o religiosa, sessuale o etnica, geografica o economica, l'appartenenza sarebbe, in questa veste, qualcosa di esclusivo con pretese onnicomprensive, una condizione naturalizzata da difendere con dispetto e gelosia. Persistono altre modalità di farne esperienza e di promuoverne le potenzialità: di fianco al suo aspetto possessivo risiedono quegli altri dell'appropriatezza, della pertinenza, dell'adeguatezza. Attitudini che caratterizzano l'appartenere come una condizione storicamente acquisita, socialmente filtrata, psicologicamente dinamica e antropologicamente plastica alle realtà che pungolano in corso d'opera. Qualità culturali di cui si arriva a disporre attraverso un partecipato ri-conoscimento della propria storia come percorso prospettico, del proprio interesse come essere coinvolti, del proprio come impensato. Nell'ordinarietà delle pratiche tale riconoscimento può eludersi e contrastare, ma anche abilitarsi alla coesistenza, può intorpidirsi tra le retoriche ufficiali o resistervi facendo leva sull'esercizio critico e riflessivo della traduzione culturale.