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Finisterre Meschiari Matteo - Aragno, 2019 - Domani
Un soggetto senza nome e senza corpo, «cieco. Ma con le dita della mente nei recessi d'erba» assiste a ogni origine sulla Terra, uno che è tutti: prende così avvio Finisterre di Matteo Meschiari. Poemetto che affonda radici in una oralità della composizione ma subito si fa scrittura con una sua impronta, mirando apertamente a rovesciare «la geologia in atmosfera l'atmosfera / in forme primitive di terra e la terra in idee/che potevano essere o non essere - ma erano l'adesso». Scrittura composita, che si mimetizza in più voci ed identità, attraversando, tra antropologia, «artico nero» e distopia, tutte le ossessioni dell'autore, legate insieme da una volontà civile. Ed è proprio sull'adesso e l'urgenza del riscaldamento globale, della (possibile) fine della specie umana - di cui ormai siamo a scrivere in modi anche solo pochi anni fa inimmaginabili - che sosta e si chiude un progetto proprio rispetto alla poesia italiana che si fa oggi. Ragionare, finché dura, sull'Antropocene è il compito che Meschiari si è prefisso in opera, e che pratica anche qui, un «pensare attraverso la terra», con l'augurio «che il terreno sia complessità della mente», e che davvero si possa «dire il non detto di ghiaccio», dove il ghiaccio è rovescio del fuoco del clima, ustione mortale. (E certo, la prossima volta il fuoco). Ma intanto, e finché sarà possibile, l'invito di questa poesia è all'incessante movimento, mutamento: «camminare la scogliera/di ciò che accade piuttosto che la scacchiera di ciò che è». Con un corollario, forse involontario: che il bellissimo pianeta mondo viene visto, come direbbe Oliver Sacks, da un animale senziente, e forse ancora più che visto percepito, come nella propriocezione, come se fossimo uno-con: «La manta - la prima la sola - era ciò che si cerca / la sua idea era l'ombra sui coralli / il lato in ombra dei coralli il mio sapere la manta / la manta me stesso - quando immergo pensieri nel mare / e percorro le forme nel corpo dei fondali». Laura Pugno
La scena tagliata Marmo Giovanna - Aragno, 2026 - Domani
Se in Oltre i titoli di coda le arti della visione - e il cinema in particolare - erano modi di percepire il mondo, nel nuovo libro di Giovanna Marmo diventano protagoniste le arti della scena. Là memoria e esperienza vissuta si svolgevano davanti ai nostri occhi sempre come immagine-movimento, qui invece l'allestimento stesso della scena diventa materia poetica: in entrambi i casi, le arti non sono semplici metafore, ma estensioni dei nostri corpi e delle nostre coscienze. Nella prima sezione (Corpo di scena), Giovanna Marmo recupera un'antica immagine e la rivitalizza: cos'è la nostra mente se non un teatro? Il lettore non vi troverà identificazioni consolatorie: palco, pubblico, attori, persino il sipario attivano un moto interrogativo, che coinvolge tanto chi parla («chi sono quando nessuno mi vede?»), quanto lo svolgersi dello spettacolo nel tempo, che «si piega, ma non ritorna». In questa scena mentale domina un principio di interscambiabilità delle cose e degli uomini, finanche della loro memoria («I mei ricordi sono il tuo passato»). Nella seconda parte (Riscrivere il fotogramma), il cinema ritorna come dispositivo e carne: al modo delle grandi architetture metafisiche del passato, leggendo il libro dobbiamo credere che il nostro corpo sia un film («tutto accade e si consuma nel corpo-film») e che ogni nostro «sguardo è un taglio di montaggio». I disegni dell'autrice, che accompagnano gli atti del dramma o i fotogrammi del film, non fanno altro che mostrare quanto l'io sia sempre mal posizionato nella scena, o sempre alla ricerca di una sua posizione-consistenza. Mai semplicemente ancillari rispetto ai testi, rivelano che anche il libro di poesia - come il «teatro» secondo la voce poetica - «inizia dove muore il nome delle cose».