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Batistuta, l'ultimo centravanti Romano Andrea - 66Thand2nd, 2023 - Vite Inattese
Gabriel Omar Batistuta, un nome da scandire ad alta voce, un nome che risuonava come una condanna per i difensori avversari e come un grido di battaglia per i tifosi. Era un calcio molto diverso, era una Serie A ancora ricchissima, e persino sprecona, centro del mondo e irresistibile calamita per i talenti più grandi: in quell'èra mitica, prima che il nove diventasse «falso», prima che l'attaccante diventasse lo spazio, l'area di rigore era il regno del centravanti, il territorio di caccia dell'attaccante vero. Forte fisicamente ma non necessariamente dotato di tecnica sopraffina, il 9 aveva un solo compito: buttarla dentro, in un modo o nell'altro: con grazia o malagrazia, con il destro o il sinistro (o con qualunque altra parte del corpo), con potenza o prepotenza, o anche con astuzia. Ma il gol doveva arrivare. Batistuta, campione argentino che ha vissuto tutta la parte più importante e felice della sua carriera in Italia, è stato l'ultimo grande centravanti classico della storia del gioco: il suo influsso è stato talmente grande da venir identificato con il ruolo e il numero cucito sulla sua schiena. Faccia da Gesù Cristo e criniera da Re Leone, Gabriel ha lottato con tutto il suo furore per non estinguersi in un calcio che stava cambiando velocemente, non più ancorato a punte che usavano le gambe come clave per abbattere la porta avversaria. «Batigol» ha vinto e ha perso, ma soprattutto ha combattuto in ogni partita, e il suo mito ha attraversato due decenni per continuare a splendere fino ai nostri giorni.
Alessandro Del Piero, il primo della classe Ruviglioni Patrizio - 66Thand2nd, 2024 - Vite Inattese
Oggi Alessandro Del Piero riceve solo applausi e onori. In tv viene accolto come un maestro, le poche volte in cui va allo stadio i tifosi della Juventus lo osannano senza sosta, dimenticandosi perfino della partita. Tutti, anche gli avversari di un tempo, ne parlano bene, raccontano le sue tante prodezze, ripetono che è stato un grandissimo campione, una bandiera, un capitano pieno di valori, un ragazzo modesto e intelligente. Insomma, Del Piero raccoglie consensi ovunque, nonostante sia uno dei simboli più potenti della squadra «divisiva» per eccellenza. Ma quand'è che abbiamo cominciato ad amarlo così tanto? Non è successo con i primi gol «alla Del Piero», né con la vittoria in Champions League del 1996, né con gli scudetti a cavallo del Duemila. Non è successo quando era un giovane pieno di ricci, colpi e invenzioni, pronto a prendersi il mondo. Abbiamo iniziato a volergli bene davvero soltanto dopo: quando ha perso, quando ha deluso con la sua squadra e con la Nazionale, quando molti lo davano per finito e invece ha trovato con umiltà la forza interiore per rialzarsi, conquistando perfino un Mondiale. È successo quando si è tolto la maschera di ragazzo prodigio, ha smesso di apparire invincibile e ha mostrato le sue umane debolezze. È lì che si è stretto il legame più forte, perché nella sua storia, pur così straordinaria, possiamo trovare un riflesso di noi.