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Il brodo indiano. Edonismo e esotismo nel Settecento Camporesi Piero - Il Saggiatore, 2017 - La Piccola Cultura
Vascelli olandesi e inglesi, spagnoli e francesi provenienti dall'estremo Occidente o dal lontano Oriente scaricano sui moli d'Europa casse di prodotti nuovi ed eccitanti: erbe indiane, polveri subtropicali, fiori inquietanti, e ovviamente tabacco e tè, cacao e caffè. Un alfabeto di geroglifici commestibili arricchisce con nuove meraviglie le già stipate credenze del vecchio continente. Nel XVIII secolo il regno di Bacco è segnato da un malinconico susseguirsi di rovesci: il caffè conosce una marcia trionfale, la cioccolata - il «brodo indiano» - suscita universali frenesie. Bere non rallegra e non ottunde più, come per millenni avevano fatto vino e birra, ma rende più acuti e attivi. È uno snodo fondamentale della storia e della cultura, quello che racconta Piero Camporesi tra le pagine di "Il brodo indiano". La fine del Seicento e l'inizio del Settecento vedono spostarsi l'asse del dominio culturale dal Mediterraneo al Mare del Nord; la crisi della coscienza europea coincide con la crisi della mensa di tradizione medievale, rinascimentale e barocca, della grande scuola romano-fiorentina: i lumi della corte degli ultimi Luigi bandiscono gli eccessi del passato, una cucina riformata condanna la sovraccarica, oppilante intemperanza del secolo precedente. Scompare dalle tavole il barbarico affastellamento, il caotico susseguirsi di gigantesche portate, le grasse e patriarcali processioni di selvaggina di piuma, selvaggina di pelo, carni nere, viscide e pesanti. La «querelle des anciens et des modernes» si trasferisce dallo scrittoio alla tavola: la società galante vuole delicatezza, leggerezza, misura. Questo esprit de finesse s'insinua nelle mense, nelle suppellettili, nei guardaroba, perfino nei letti dei nuovi sibariti. Il buon gusto detta le nuove leggi al nuovo genio dei tempi, inaugura nuovi cerimoniali, prescrive ritmi nuovi per corpi asciutti e scattanti, dispeptiche dame e alacri philosophes. Il Saggiatore continua la ripubblicazione del corpus delle opere di Piero Camporesi - iniziata con "Il pane selvaggio" e proseguita con Le belle contrade e "Il sugo della vita" -, l'artista della storiografia e virtuoso della parola che qui si cimenta in un'altra sorprendente, magistrale ricostruzione delle mutazioni della nostra società attraverso i secoli.
Le vie del latte. Dalla Padania alla steppa Camporesi Piero - Il Saggiatore, 2020 - La Cultura
«Alimento vivente e vitale, il latte è linfa preziosa della pianta uomo, variante metaforica del sangue, atto a nutrire sia le menti dei sapienti come Pitagora, sia a innalzare i corpi ipertrofici dei Ciclopi, grandi consumatori di latticini e formidabili bevitori di latte oltreché di vino, secondo la tradizione classica che vuole i due gloriosi liquidi armonizzarsi e completarsi in equilibrato e positivo connubio. Nei sogni "faustiani" di reintegrazione e di rinnovamento che ossessionarono l'immaginario europeo nei secoli in cui la vita era breve e l'esistenza fragile, latte e sangue acquistarono il fascino irresistibile di magici elisir di lunga vita. Per questo erano concupiti dalle streghe, vecchie megere dalle nere mammelle rinsecchite e vizze che, nocturno tempore, si calavano dai camini per succhiare latte e sangue. Maliarde, stregoni, seguaci di Satana, sacerdoti di una liturgia blasfema, membri di una antichiesa capovolta e rovesciata, agenti segreti al servizio d'un potere mostruoso, di un ordine contro natura, possedevano l'innaturale potere di mungere latte sia da animali di sesso maschile sia da uomini e bambini o di colmare di latte seni e petti virili. Nell'inafferrabile elemento, ricco di germi, fermentante di inespresse latenze, si acquatta l'energia vitale primordiale, l'oscuro segreto dell'esistenza, della generazione, della fertilità, l'umido lievito che presiede ai meccanismi della nascita, della crescita, della rigenerazione.» Prefazione di Allan Bay.
Il pane selvaggio Camporesi Piero - Il Saggiatore, 2016 - La Cultura
Nell'Europa fra Quattro e Settecento, larga parte della società era non solo schiacciata dal peso degli status piramidali, immodificabili per legge divina e volontà regale, ma anche oltraggiata dalla fame e dalla miseria, tiranneggiata dall'uso quotidiano di pani ignobili, spesso mischiati volontariamente con erbe e granaglie tossiche e stupefacenti. Mentre i Galilei, i Cartesio e i Bacone fabbricavano una macchina del mondo razionale e ordinata, la sottoalimentazione cronica e l'ubriachezza domestica generata da queste droghe campestri e familiari lanciavano il corpo sociale in un viaggio onirico di massa, in trance ed esplosioni dionisiache che coinvolgevano interi villaggi, nei meandri di un immaginario collettivo demonico e notturno che compensava un'esistenza invivibile, alle soglie dell'animalità. Nel "Pane selvaggio" Piero Camporesi, ricorrendo a un'ampia campitura di fonti letterarie d'età moderna, racconta un'umanità narcotizzata, preda di una colossale vertigine oppioide, che viveva in un mondo di squallida apatia intellettuale e morale e di disinteresse per le cause più alte, sprofondata in un universo fantastico. Un'umanità, tuttavia, che ancora conosceva la percezione extrasensoriale della realtà, forme di coscienza e di scienza diverse da quelle, a una sola dimensione, della razionalità, e che dunque ancora poteva attingere ai serbatoi onirici che l'interdizione delle erbe allucinogene ha poi distrutto. Prefazione di Umberto Eco.