Libri di Vincenzo Gallucci
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Salite quassù! L'Apocalisse di Giovanni: liturgia del percorso di realizzazione Gallucci Vincenzo - Tipheret, 2020 - Monte Sion
L'Apocalisse di Giovanni è un testo che a lungo ha stimolato riflessioni, approfondimenti, curiosità ed ermeneutiche di ogni tipo. A Patmos, "rapito in estasi" (1,10), Giovanni ebbe visioni grandiose e udì messaggi straordinari, che influiranno non poco sulla storia e l'intera cultura occidentale. Dal titolo del libro sono state introdotte le parole "apocalisse", "apocalittico", che evocano, anche se in modo improprio, l'idea di un che di misterioso o di catastrofe incombente. È un'opera che si autodefinisce Profezia (apokálypsis, rivelazione) ma non nel senso oracolare-magico popolare, bensì nel valore biblico di rivelazione del significato profondo, primo e ultimo della storia. L'ultimo dei 73 libri biblici è una vera e propria costellazione di immagini ma anche di messaggi ove ci si affaccia su abissi di tenebra stagnante ma contemporaneamente ci s'innalza verso cieli di luce abbagliante. Un panorama simbolico di un orizzonte cosmico, zoomorfo, cromatico, numerologico: si pensi solo ai 283 numeri cardinali, ordinali e frazionali presenti nel libro (le 7 chiese, i 144.000 eletti, il 666, e così via). Fascino e senso di Vertigine: è l'impressione che coglie ciascuno di noi sin dal primo approccio e che colpiva anche di più i contemporanei (Dionigi, Eusebio di Cesarea), che potevano apprezzare direttamente l'uso spregiudicato della grammatica e della sintassi greca, teso a per cogliere l'attenzione del lettore o mettere in evidenza i rilievi simbolici. La sua lingua ha un'evidente forza d'urto simbolica ed espressiva, rivelando sin dai primi capitoli l'obiettivo evidente di una lettura in un rito iniziatico. O, almeno, questa è la lettura che qui si suggerisce: ci troviamo di fronte a un rito che, con passi codificati e - si è ritenuto - inconfondibili, la scuola giovannea codifica nel "disvelare" definitivamente e accompagnare il Neofinta sul sentiero del passaggio dalle tenebre alla Luce, chiesta a chiara voce e in piena consapevolezza...
Dodékathlos. Le fatiche di Ercole. Tappe di un percorso di elevazione Gallucci Vincenzo Pozzo Carmelo - Tipheret, 2018 - Monte Sion
Per dirla con MirceaEliade: il mito è un significante. Il mito descrive i momenti originari del cosmo e della vita, affondando le radici nel tempo primordiale e favoloso degli albori. Ogni storia mitologica ha il compito di mettere a nudo verità archetipali: modelli strutturali aprioristici che muovono dal profondo tanto le orbite planetarie quanto la quotidianità spicciola. Pertanto, il mito fotografa l'irruzione del sacro nel mondo descritta mediante un sistema simboli. In buona sostanza, rivelando l'esistenza e l'attività di esseri soprannaturali (antenati primordiali), il mito stabilisce un comportamento conforme a tali modelli e descrive una strada precisa di elevazione spirituale o, se vogliamo, in un altro e più familiare contesto, di richiesta - e ottenimento - della luce interiore. Ecco che il contesto mitologico chiama l'uomo a compiere nuovamente l'atto iniziale (poiché esso è un archetipo). Questa ripetizione dell'atto iniziale ci proietta ai primordi: abolisce il tempo profano per raggiungere il tempo sacro delle origini. Il mito di Ercole, antico di oltre 3.000 anni, affonda le radici negli albori della civiltà e trova corrispondenze nei rami sia occidentali sia orientali della tradizione (si pensi all'epopea di Gilgamesh). Narra le vicende di Alcide d'Anfitrione, un uomo che, avendo in sé la scintilla divina, è 'condannato' ad affrontare terribili prove per poter poi godere appieno, immortale nell'Olimpo, della sua natura divina. In questo contesto poco importa se Ercole, Ulisse, Gilgamesh, Artù siano anagraficamente esistiti o meno: in fondo, essendo principi e richiamando verità archetipali, essi quotidianamente esistono.