Libri di Cur Jesi Furio Cavalletti
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Spartakus. Simbologie della rivolta. Nuova ediz. Jesi Furio Cavalletti A. (Cur.) - Bollati Boringhieri, 2022 - Saggi
Furio Jesi scrisse "Spartakus" nel 1969, a mezzo secolo dalla sollevazione comunista a Berlino e dalla sua rapida e cruenta repressione. Questo libro non è però una storia di quell'evento gravido di conseguenze, ma una riflessione appassionata sul fenomeno insurrezionale, sui suoi caratteri, simboli e miti. Tutto qui ruota intorno alla definizione della rivolta, che Jesi distingue in maniera assolutamente peculiare dalla rivoluzione. Se questa interviene infatti nel pieno procedere della storia, e comporta una strategia a lungo termine, la rivolta è un'autentica «sospensione del tempo storico» in cui «ogni atto vale per sé stesso», indipendentemente dai suoi sviluppi. "Spartakus" ricostruisce così gli ultimi giorni di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht e, nel ritmo serrato della prosa, l'alternarsi delle cariche lungo le vie berlinesi, ma rilegge intanto anche Mann e Brecht, Dostoevskij e Nietzsche, Eliade e Bakunin, offrendo una teoria della politica e del mito, del teatro e della scrittura. Scoperto fra le carte di Jesi dopo che un'intricata vicenda editoriale l'aveva nascosto per trent'anni, "Spartakus" rinasce ora in una veste rinnovata e ampliata, che rende omaggio al grande mitologo e germanista prematuramente scomparso. Un articolo raro e illuminante su Rosa Luxemburg e il «giusto tempo della rivoluzione» arricchisce infatti questa nuova edizione, e dona riflessi inconsueti a un'analisi già vivissima e originale che - come tutte le gemme del pensiero - riesce ancora a parlare ai nostri giorni.
Spartakus. Simbologie della rivolta Jesi Furio Cavalletti A. (Cur.) - Bollati Boringhieri, 2000 - Saggi.Storia, Filosofia E Scienze Sociali
Scoperto di recente tra le carte lasciate da Jesi, dopo che una intricata vicenda editoriale lo aveva nascosto per trent'anni, "Spartakus" occupa un posto di indubbio rilievo nell'opera del grande mitologo e germanista, offrendo una delle sue più originali e riuscite prove di scrittura. Non si tratta infatti di una "storia del movimento spartachista", ma di un'appassionata fenomenologia della rivolta intesa quale immediata "sospensione del tempo storico" e distinta pertanto dalla rivoluzione, che comporta una strategia a lungo termine, tutta calata nei processi della storia. Certo, "rivolta" è in primo luogo l'insurrezione del gennaio 1919, che Jesi ricostruisce quasi miniandola nel ritmo serrato della prosa: in quei giorni, lungo le vie di Berlino, "ogni gesto valeva di per se stesso", gli uomini combattevano negli altri uomini il volto disumano, mitico-demoniaco del potere e l'atto "meno deliberato e più conchiuso in se stesso", la scrittura, si rivela paradossalmente esperienza collettiva. Per questo, Spartakus tratta sì di Rosa Luxemburg, ma anche molto di Dostoevskij, di Storm, di Fromentin, di Brecht, nonché di Eliade e di Thomas Mann.
Bachofen Jesi Furio Cavalletti A. (Cur.) - Bollati Boringhieri, 2005 - Saggi.Storia, Filosofia E Scienze Sociali
Giudicato un avventurista dagli antichisti, ascritto alla «storiografia afilologica» da Croce, a lungo bandito dagli studiosi accademici, Johann Jakob Bachofen era destinato a trovare accoglienza soprattutto presso filosofi e mitologi, da Nietzsche a Benjamin, da Kerényi a Dumézil. Del coltissimo giurista di Basilea che trattava l'antico en amateur, rivolgendogli uno sguardo sovrano, Furio Jesi iniziò a tradurre l'opera più discussa, II matriarcale, che gli parve accamparsi nella cultura europea con una centralità paragonabile alla nietzschiana Nascita della tragedia. Questo saggio, risalente al 1973 e pubblicato ora per la prima volta da Andrea Cavalietti insieme con altri materiali esegetici, doveva costituirne l'introduzione. Mentre indaga le diverse ragioni della rinascita di interesse per Bachofen in Benjamin da un lato e nel pensiero reazionario di Klages o Dacqué dall'altro, e sulla scorta di entrambe le letture affronta la scienza bachofeniana del simbolo e del mito, Jesi mette a punto la propria officina teorica e convoca implicitamente i propri maggiori, individuati tra coloro che sanno accedere alla religiosità delle origini senza boria storicistica.