Libri di Gianfranco Palmery
Bibliografia di Gianfranco Palmery: tutti i libri in vendita online editi da Passigli Raccolte di poesia di singoli poeti
Corpo di scena Palmery Gianfranco - Passigli, 2013 - Passigli Poesia
Impure confessioni e pura musica: strofe di tre, quattro e cinque versi, e canzoni, sonetti, arie, odi, scherzi e variazioni - un manto rimodellato ma anche "strapazzato" di decoro classico per dire senza pudore, di sé, di un destino personale e generazionale, quella "generazione d'ombra" che sono i nati nel 1940 e stretti dintorni. Un libro nero, certamente, questo di Palmery, un "autoritratto con tenebre", come recita una sua poesia - tenebre del poeta e tenebre dei tempi; nero però quale si dà in pittura: il colore che comprende tutti i colori. Così la poesia di "Corpo di scena" ha in sè cupezza e lievità, pena e ironia, furia e tenerezza. E dunque è solo un apparente paradosso - si pensi a Dante, ma anche a Shakespeare o a Baudelaire concludere che è la musa comica, e tragicomica, grottesca, a levare qui più alta la sua voce. Vi è in questo "Corpo di scena" di Palmery, che è allo stesso tempo un corpo in scena, una teatralità di gesti e una pluralità di toni che ne fanno forse il suo più estremo e veritiero ritratto.
Compassioni della mente Palmery Gianfranco - Passigli, 2011 - Passigli Poesia
"A ogni nuovo libro di Gianfranco Palmery si ha l'impressione di aprire una porta che ci introduce in uno spazio chiuso. Palmery è nello stesso tempo, paradossalmente, poeta erratico e stanziale: un "viaggiatore da camera" che, come Hopkins, cerca di imparare dalle nuvole. La camera, lo spazio chiuso (pur nel suo labirintico perimetro) è sempre la mente. Locus eponimo nella presente raccolta, votata a un loico madrigalismo, in cui il poeta si aggira pensoso ma tutt'altro che solo. Le stanze di Palmery sono, non dirò affollate, ma certo abitate (oltre che da qualche struggente reminiscenza ka-vafiana: "i morti desideri") da dèmoni, vipere, fantasmi, cerberi affamati, belve tra le quali la più temibile è se medesimo. Ciò non toglie che il poeta sia anche il domatore, abituato da lunga consuetudine (e armato solo dei segreti del mestiere, l'unico possibile: l'ars moriendì) a sopravvivere dentro la gabbia aspettando il dio più capriccioso, il sonno ("l'acqua benedetta / della mente"), e lasciandosene impossessare sia pur con un occhio socchiuso che non perde mai di vista la belva..." Prefazione di Sauro Albisani.