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Araldica sforzesca tra Pesaro e Milano Baffioni Venturi Luciano - Youcanprint, 2021 - Architettura / Storia / Rinascimento
Il termine araldica deriva da Herold, araldo (nell'antica lingua franca hari-wald significava uomo di fiducia del re). Compito dell'araldo era la custodia e la manutenzione delle armi dei signori. L'araldo nelle sfilate e nei cortei, specialmente durante i tornei e le giostre, doveva identificare le insegne dipinte sugli scudi o ricamate sulle sopravvesti che i cavalieri portavano sulle armature, riconoscere da tali insegne i personaggi - anche se avessero avuto la visiera calata - e annunciarne i nomi, i titoli, le dignità. L'araldica studia ancora oggi - e molti la coltivano - gli stemmi gentilizi, cioè i segni grafici distintivi delle famiglie nobili (ma anche degli alti prelati: vescovi e papi, e delle città (insegne civiche), delle accademie culturali, delle associazioni, ecc.) e le regole che disciplinano la materia. Gli stemmi, detti anche armi o scudi (in relazione al primo scopo dell'araldica che fu essenzialmente "militare" e lo stemma appariva sullo scudo di guerra), sono la rappresentazione grafica con colori e disegni della famiglia nobile, a partire dal capostipite, alle cui insegne si aggiungevano in seguito quelle eventuali dei suoi discendenti e parenti acquisiti con i matrimoni. Questo libro descrive l'araldica di una delle famiglie più note tra Quattrocento e Cinquecento, i Visconti-Sforza, soffermandosi in particolare sulla storia dell'araldica della città di Pesaro, dove si stabilì per settant'anni (dal 1445 al 1513) un ramo degli Sforza, originato da Alessandro, fratello del più noto Francesco Sforza, duca di Milano. Gli Sforza pesaresi si imparentarono con nobili famiglie italiane dell'epoca (Varano, Montefeltro, Aragona, Bentivoglio, Gonzaga), ma non di meno rimasero fieri della loro araldica familiare, delle loro "imprese" e dei loro "motti" che esaltarono in quadri, rilievi, tombe, manoscritti, maioliche...
Figli e nipoti di Alessandro Sforza di Pesaro Baffioni Venturi Luciano - Youcanprint, 2021 - Storia / Rinascimento
Alessandro Sforza (1409-1473), anche se con minor fortuna del fratello Francesco che riuscì a ottenere il ricco ducato di Milano, si dovette accontentare della piccola signoria di Pesaro nel nord della Marca. Pesaro fu così dal 1445 residenza di Alessandro che vi trovò una patria sicura e una popolazione fedele e affezionata. L'opera del capostipite fu proseguita dai due figli avuti con Costanza Varano di Camerino: la colta e raffinata Battista (1446-1472), sposa di Federico di Montefeltro e Costanzo (1447-1483), sposo della principessa napoletana Camilla d'Aragona. Un'altra figlia "naturale" di Alessandro, Ginevra (1440-1507), sposò successivamente due Bentivoglio signori di Bologna, Sante (1424-1463) e il cugino Giovanni II (1443-1508). Quando Costanzo morì avvelenato, la famiglia proseguì con Giovanni (1466-1510) che ebbe Pesaro sposando la figlia di papa Alessandro VI, Lucrezia Borgia, dalla quale fu ripudiato. Giovanni si maritò allora con una gentildonna veneziana di più miti pretese, Ginevra Tiepolo, che gli partorì Costanzo II (1510-1512) che governò simbolicamente la città e morì a due anni d'età nel 1512,. Poco dopo Pesaro fu acquisita da papa Giulio II Della Rovere alla propria famiglia e ne nacque il Ducato di Urbino finché, nel 1631, anche i Della Rovere si estinsero.
Medaglie e monete degli Sforza di Pesaro Baffioni Venturi Luciano - Youcanprint, 2021 - Storia / Rinascimento
«Tenere in mano una moneta o una medaglia commemorativa dà una sensazione piacevole, per certi versi attiva un legame arcano con il personaggio effigiato, verso il quale nasce l'impulso a conoscerlo e a studiarlo. Da bambino la mia piccola collezione di monete (e di francobolli) nacque così. La voglia di tenere in ordine e classificare la mia raccolta, mi è rimasta nel tempo, da quando aprivo i cassetti dei vecchi mobili alla ricerca delle monetine dei Savoia o del fascismo che erano sopravvissute alla guerra e ai traslochi. Andare sulle pagine dell'enciclopedia a leggere chi era Umberto I o Vittorio Emanuele III "re e imperatore" era tutt'uno e compilavo così schede su schede su re e imperatori, aquile, fasci e scene dell'antica Roma. Più tardi ricevetti in dono le prime monete d'argento, i "talleri" di Maria Teresa in uso nelle colonie italiane d'Africa e, alla fine, anche qualche monetina romana autentica. Sfregarle tra le dita mi trasmetteva il pensiero emozionante dei generali romani o cartaginesi che erano passati dalle mie parti, nelle rive del vicino Metauro, o mi ricordava che a Pesaro, "Pisaurum" , era stato pesato l'oro del riscatto di Roma tra il console Camillo e il re Brenno (e poco importa se poi imparai che era solo una leggenda).»