Libri di Giuseppina Brunetti
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Passeggiate con Dante a Bologna Brunetti Giuseppina - Bononia University Press, 2021
Se Firenze "madre di poco amore" conserva nel suo perimetro urbano originario («la cerchia antica», Pd. XV, v. 97) il punto in cui sorgevano le case degli Alighieri, dove Dante nacque, e se Ravenna ne protegge ancora l'ultima dimora terrena su una cui epigrafe («parvi Florentia mater amoris») si ricordava appunto quella negligenza fiorentina, durevole, la ferita dolorosa dell'esilio, non vi è forse altra città se non Bologna ove è ancora possibile rintracciare nel tessuto cittadino tanti vasti ricordi di nomi e avvenimenti 'danteschi': la prima e più antica poesia sopravvissuta dell'Alighieri, nota precocemente ai notai bolognesi, scritta per e nella città felsinea parla infatti della più celebre delle sue antiche torri, la Garisenda, mentre uno degli ultimi testi scritti da Dante, in latino, rispondeva proprio all'invito a tornare a Bologna dove un'ancora non riconosciuta Testilide (glielo mandava a dire, in versi, il professore dell'Università Giovanni del Virgilio) lo avrebbe accolto preparandogli un'ospitalità amicale, allietata da semplici piaceri: un giaciglio profumato di mirto selvatico e, naturalmente (se non la mortadella) pietanze odorose di funghi conditi con aglio e pepe in polvere («Testilis hec inter piperino pulvere fungos / condiet, et permixta doment multa allia»). Bologna è stata costantemente presente nella fantasia e nell'opera di Dante e a Bologna è possibile ancora riconoscere, camminando per le strade del centro, alcune forme del paesaggio che Dante stesso dovette vedere sin da giovane: le mura antiche che si possono scorgere in città - ad esempio: un bel frammento della seconda cerchia, pressoché intatto, è nei pressi della nostra gloriosa Università, l'attuale Piazza Verdi/via Zamboni - oltre alla già citata torre, paragonata per altezza e forma vertiginosa all'aspetto del gigante Anteo, piegato sui Dante e Virgilio passeggeri nel fondo cupo dell'Inferno (Inf. XXXI). Dall'Introduzione
Poeti, trovatori, cantastorie. Il Medioevo ri-suona a Bologna per Dante Brunetti Giuseppina - Bononia University Press, 2021
Il presente volume parte da un'iniziativa concepita nell'anno dantesco e sostenuta dal Comitato Nazionale per la celebrazione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri e dal Comune di Bologna: uno spettacolo in cui per la prima volta le poesie medievali di trovatori e trovieri, conosciute da Dante e citate nel De vulgari eloquentia, vengono ri-suonate a partire dalle musiche (consustanziali al testo verbale) trasmesse dai manoscritti antichi e arrangiate modernamente dal maestro Romeo ed eseguite dall'Ensemble Coblas esparsas (Clara Cocco, flauto; Miriam Fantacone, soprano; Elisabeth Reolid Felipe, viola; Carlo Piva, chitarra classica); un revival che riprende anche musiche successive di qualche decennio (è il caso del testo eseguito di Federico II di Svevia) o 'veste' con musiche originali altri testi: quelli goliardici dei Carmina Burana (che pure ebbero musica originaria e furono poi riletti nella celebre versione di C. Orff) o le liriche di Guinizzelli e Dante che, non concepite come quelle dei trovatori in sinolo con la musica - essendosi il cosiddetto 'divorzio' fra musica e poesia del tutto consumato -, sappiamo tuttavia che potevano assumere intonazione e peculiare musicabilità . Il termine tecnico del 'vestire' ricorre peraltro in Boccaccio ove se non si nomina l'amicizia con Casella - che notoriamente nella Commedia intona per Dante, dolcemente, la sua Amor che nella mente mi ragiona (Purg. II, 106-114), quella qui riproposta nella scrittura del maestro Romeo - si scrive esplicitamente: «Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giovanezza, e a ciascuno che a que' tempi era ottimo cantatore o sonatore fu amico e ebbe sua usanza; e assai cose, da questo diletto tirato, compose, le quali di piacevole e maestrevole nota a questi cotali facea rivestire». Dall'Introduzione