Libri di Francesco Carta
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Eccidio Carta Francesco - Nuova Prhomos, 2024
Settembre 1904. L'eco degli spari ancora rimbombava tra le rocce della gola di Buggerru. I morti, colpevoli d'aver "espropriato gli espropriatori", non avevano ancora trovato degna sepoltura. I feriti soffrivano nelle baracche di fango. Dalla Camera del Lavoro di Milano, alcuni giorni dopo quel tragico 4 settembre, partì il primo sciopero generale nazionale per contestare il massacro voluto dal padrone, colonialista straniero, che chiamò l'esercito per domare la protesta proclamata per dire no ad una "arbitraria modifica dell'orario di lavoro". Un poeta e uno sparuto gruppo di minatori, avanguardie del proletariato, raccontando la vita di tutti i giorni nelle miniere del tempo, racconteranno quello che, dopo l'eccidio, il nascente sindacato dei minatori, guidato a Buggerru da Alcibiade Battelli, mise in agenda. Poche pagine per dare voce ai veri protagonisti, dimenticati, della protesta e per rendere giustizia alle innumerevoli fatiche e ai sacrifici fatti da uno dei più importanti nuclei del sindacalismo moderno. Da quelle gallerie partirono le lotte: per la riduzione dell'orario di lavoro: si lavorava dodici ore al giorno, sei giorni alla settimana; per migliorare le condizioni di vita all'interno delle gallerie e prevenire il rischio degli infortuni; per abolire il lavoro dei minori nel sottosuolo; per un salario dignitoso. Rivendicazioni che il Partito Socialista dell'epoca portò tra i banchi del parlamento. Leggerete di frane, infortuni e vessazioni di ogni tipo. Caporali, sorveglianti, direttori e di "lui": il greco. La storia svelerà tra le righe quello che la cronaca del tempo riuscì a minimizzare, attribuendo la responsabilità dei fatti ad una moltitudine di avventati, invasati e pretenziosi: i tanti morti di fame che chiedevano pane, un orario di lavoro umano e un salario equo. Racconterò, come scrisse Girolamo Sotgiu: "uno dei periodi più tristi per la classe lavoratrice e per il popolo sardo". L'Autore
Damnato ad Metalla Carta Francesco - Nuova Prhomos, 2021
Così scrive l'autore: "La storia quella vera è sempre nascosta dietro l'altra storia, quella ufficiale. Segue le vicende dei potenti e dei vincitori di turno o di chi vive stando con chi amministra il potere all'ombra del campanile più alto. Quando tra i graniti, la trachite e le dolomie una grande civiltà progrediva e sfidava il mondo, in molte altre parti del pianeta le genti vivevano mangiando radici e si difendevano dalle fiere con sassi e bastoni. Da queste parti invece le stelle, i pianeti e il sole guidavano la vita di tutti i giorni. La storia però non ha mai preso in considerazione molti dei popoli che hanno lasciato importanti testimonianze; sbadatamente li ha lasciati a favore di altri più rumorosi e sanguinari. Cose strane, impensabili, segni che datano un progresso incalcolabile, tracce di popoli pacifici, che rispettavano la terra e il mare, che non avevano paura del cielo. Decenni, secoli e millenni passarono, la vita correva parallela al mondo; il resto del mondo. Quel progresso era loro sufficiente per vivere in pace, per scambiare sapienza e risorse con altri. Non sarebbe mai bastato, però, in caso di guerra per fermare l'avidità di altri uomini. Queste cose la storia le ha dimenticate. Non ha mai neanche tentato di ricostruirne le vicende più probabili. Si è accontentata di osannare i vincitori. Fermando i giorni, i mesi e gli anni. Fissando i capi: corone e scettri. I luoghi delle tragiche vicissitudini raccontate con dovizia di particolari. Per i vinti, i conquistati solo poche righe, sale lungo le strade e sangue annacquato dai temporali che quasi sempre accompagnavano le scorrerie. Raccontare dei sardi della terra dei minerali è cosa vana. Come avrebbe potuto, un popolo che non ha peso nella storia, conoscere il rame, lo stagno, l'arsenico, il piombo e poi il ferro e l'argento o altri minerali utili per la vita di tutti i giorni. Fondere la sabbia, costruire vasellame di ceramiche, utilizzare conchiglie e molluschi, il sughero. Non è roba per incivili. Perché la civiltà l'hanno sempre portata i conquistatori. I conquistati, loro, sono sempre stati incivili, rozzi, barbari. Senza lingua, alfabeto e numeri. Ho provato a scrivere queste poche righe per una questione di giustizia, raccontando la storia, la mia storia, dal di fuori. Con le lenti di chi vede tutto quello che c'è da vedere, senza trascurare nulla. La fantasia ha sicuramente superato tutti gli studiosi della materia, quelli fedeli alla storia e forse anche quelli che la storia hanno provato a leggerla al contrario. Penso d'essere riuscito a mettere assieme alcuni fatti veri, lo leggerete; fatti che resistono ancora con alcune mie supposizioni, che però nessuno potrà smentire. E se poi per una volta una piccola parte di quel grande popolo dei nuraghi lascia il segno in quattro righe sulla carta, sono sicuro che il mondo non cascherà. Non perdetevi nella coerenza, mi auguro possiate apprezzare lo sforzo di rendere giustizia a chi senza saperlo ha ispirato la ricerca di valori che ancora oggi sono capisaldi del vivere civile.