Libri di Marco Giovenale
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Cose chiuse fuori Giovenale Marco - Aragno, 2023
Un mondo fantasmale, i cui abitanti - fantasmi - si condensano reattivamente in oggetti, dove la physis è psiche, e ci balza incontro. Una sezione geologica di nostro - di ognuno, di tutti, di chi scrive - passato che sembra reinventare una forma di cinema nel senso primario di narrazione per luci e ombre, con luci e ombre trattate in un cut up, come se fossimo all'inizio dell'uso del mezzo, in un territorio di sperimentazione, anch'essa, primaria. E la parola narrazione non stoni, ma sia anzi intesa nel senso più vasto, dilatato e sfrangiato possibile: come sinonimo di allucinazione. Già autore in questa stessa collana di Maniera nera, uscito nel 2015, qui Marco Giovenale riparte da testi precedenti e li riassembla, e nel farlo, li riscrive attraverso il loro posizionamento, e il posizionamento, attraverso la scrittura, dei corpi nel tempospazio. Non è un segreto che Giovenale sia in realtà più autori in uno, e qui forse uno di questa moltitudine interiore giunge a fine e compimento: lo stesso autore di Shelter (Donzelli 2010), che qui mette in campo una partita con sé stesso. Ciò che era protetto, racchiuso, separato, ora è sparso e all'aperto, irrimediabilmente senza dimora, se tutto è all'esterno, e da questo esterno si irraggia e irradia, si dilania. Con un sentimento di riverbero che resta con chi legge, se il colore che viene dopo il nero, o che si oppone al nero, non è in realtà il bianco della pura assenza, ma il grigio cenere di ciò che ostinatamente resta, rimane, non si perde nella perdita non muore nella morte.
Maniera nera Giovenale Marco - Aragno, 2015
Maniera nera è un'architettura perfetta, la camera chiara della scomparsa di tanto Novecento. La fondamenta invisibile ne è infatti il Novecento privato e interno alla scrittura precedente di Giovenale che, scavalcandolo, lo scavalca, qui, anche a nome nostro. Ma non ne è ancora il monumento funebre, lo scatto fotografico (del quale Giovenale è anche esperto); ne è piuttosto il bilico, il filo dell'equilibrista teso tra l'archeologia di "un paesaggio di tracce delle tracce" verso l'"aperto labirinto" del futuro, al quale ci si orienta seguendo suoni e segni di parole come una "lettura della luce".