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Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un'ossessione italiana Minuz Andrea - Silvio Berlusconi Editore, 2026 - Libera
Di cosa parliamo quando parliamo di egemonia culturale? Un secolo dopo Gramsci, questo concetto si ripresenta nel dibattito pubblico, dimostrando una presa sulla realtà che prescinde dalla stagione politica in cui si trova il paese: «ogni governo la evoca, ogni sconfitta elettorale la reclama, ogni schieramento ne denuncia il monopolio altrui, anche se nessuno sa più bene cosa sia». Un tempo ossessione incarnata dalla figura dell'intellettuale di partito, rimessa al centro della scena con la Seconda Repubblica, ritorna oggi, a sinistra, come recriminazione per una supremazia intellettuale ormai svanita, e a destra, come resa dei conti, vendetta, cambio di passo nella narrazione del paese. In questo libro, Andrea Minuz propone un itinerario tra dogmi e luoghi comuni per mettere in luce le ragioni della sua sorprendente tenuta: un viaggio ironico e scanzonato tra salotti culturali e talk show, festival e fiction Rai, per stabilire cosa resta di realmente egemone nell'egemonia culturale. Fumosa e malleabile, l'espressione tradisce nostalgia per un tempo in cui la cultura era un'istituzione intoccabile, incaricata di costruire un orizzonte condiviso. Un'epoca in cui non bisognava guardare lontano per sapere cosa leggere, cosa guardare, cosa pensare. Adesso invece le narrazioni si moltiplicano, esasperate dalla polarizzazione delle opinioni imposta dagli algoritmi social. Mentre la politica si scanna per mettere le mani sulle istituzioni culturali, la cultura vera - quella anarchica, caotica, fatta di serie TV, meme e consumi pop - è già andata da un'altra parte, beffandosi di chi vorrebbe ancora educare le masse. Alla fine, il verdetto è chiaro: il fantasma dell'egemonia tradisce soprattutto smarrimento, confusione e mancanza di categorie che abbiano ancora una qualche presa sul presente.
La favola delle api. Vizi privati, benefici pubblici Mandeville Bernard - Silvio Berlusconi Editore, 2026 - Biblioteca
Nato in Olanda nel 1670, Bernard Mandeville studia Medicina e Filosofia a Leida, per poi stabilirsi a Londra. Lì passerà il resto della sua vita, specializzandosi nella cura dell'ipocondria e dei disturbi nervosi e dedicandosi alla scrittura di opere di vario genere. La sua fama però è legata a "La favola delle api, ovvero vizi privati, benefici pubblici", un testo che suscitò scalpore fin dalla sua prima pubblicazione. Attraverso il celebre apologo dell'alveare, Mandeville scardina la convinzione diffusa che la virtù individuale e l'altruismo siano necessari al benessere collettivo. Con ironia tagliente, l'autore sostiene una tesi che scandalizzò i contemporanei: sono proprio le passioni considerate vizi, come l'egoismo, l'ambizione e la competizione, a produrre benefici materiali e a sostenere il progresso nel commercio e nell'industria. In una società complessa, la prosperità generale emerge dal perseguimento degli interessi privati. Questo volume si basa sull'edizione del 1732, l'ultima pubblicata mentre Mandeville era ancora in vita, e include la Parte seconda, apparsa per la prima volta nel 1729. Nel confronto in forma dialogica tra Cleomene e Orazio, l'autore approfondisce lo studio delle passioni egoistiche, consegnando un'analisi della natura umana destinata a segnare profondamente i grandi pensatori dell'Illuminismo, a partire da David Hume.