Libri di Erminio Rizzi
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La certezza di Dio. Le ragioni per dover credere Rizzi Erminio - Polistampa, 2009
Il contrasto tra il credente, secondo cui il mondo dei corpi (umani e non umani) è stato creato da Dio, e l'ateo, secondo cui il mondo stesso è increato, sembra essere irriducibile. In che modo, allora, potrebbe essere irrefutabilmente riconosciuta l'esistenza di Dio? Occorre ammettere, da un lato, che non possiamo premettere l'esistenza del mondo alla nostra conoscenza di esso, poiché, senza questa, il mondo stesso non potrebbe per noi esistere; d'altro lato, che non possiamo premettere la nostra conoscenza del mondo alla sua esistenza, poiché, senza di esso, la nostra non potrebbe essere conoscenza del mondo medesimo. Si ha, quindi, che esistenza e conoscenza del mondo non si possono separare, poiché l'essere dell'una è quello stesso dell'altra. Ora, vi sono ragioni per poter escludere che le concezioni iniziali del progresso conoscitivo umano possano avere per oggetti dei corpi. Il problema da risolvere, quindi, diventa quello di stabilire come si siano avute o si abbiano le condizioni grazie a cui ogni essere, capace di pensare, è potuto o potrà giungere a concepirsi esistente (e, in pari tempo, a conoscersi), secondo un corpo tra altri corpi, esigendo, tra l'altro, che questi siano esistenze autonome, permanenti, indipendenti da quel suo stesso concepire. Ebbene, si deve necessariamente ammettere che, a fondamento di tutto ciò, deve stare quell'essere eterno e creatore che chiamiamo Dio.
La giustificazione «Critica» delle nostre credenze sul mondo Rizzi Erminio - Polistampa, 2000
La giustificazione «Critica» delle nostre credenze sul mondo - Polistampa
Sulla natura dell'io conoscente Rizzi Erminio - Polistampa, 2003
Chi sono io, in quanto soggetto conoscente, un'anima o un cervello? Sto ora guardando l'estesa volta del cielo. Quello che vedo, o, meglio, ciò in cui consiste tale vedere (vale a dire un'immagine sensibile, concreta, se si vuole, un'impressione recepita dal senso della vista), mi è presente e, perciò stesso, mi appartiene. Mi chiedo: può esso costituire qualcosa che mi è dato, che è da me ricevuto? Sicuramente no. D'altra parte, se ciò che vedo fosse qualcosa a me esterno, non potrei certo averlo raggiunto per essere uscito fuori di me. E perché avrei fatto emergere dal mio fondo quello che vedo, avendo l'esigenza che esso segni la presenza di "cose" a me esterne? Il lavoro intende dare a tali interrogativi la sola possibile risposta.