Libri di Munyol Yi
Bibliografia di Munyol Yi: tutti i libri in vendita online editi da Luni Editrice
L'inverno di quell'anno Yi Munyol - Luni Editrice, 2026 - Sol Levante
C'è molta biografia in questo racconto di Yi Muny?l, cresciuto umanamente e professionalmente sotto una spietata dittatura con la quale era dovuto scendere a patti. Quello fra il 1948 e il 1988 fu un periodo nel quale il mondo si poteva solo immaginare, in una Corea del Sud isolata e pericolosamente addossata ai "demoni del socialismo" incarnati dalla Cina popolare, dall'Unione Sovietica e dalla Corea del Nord. Un "incubo" che nel meridione della penisola aveva costituito un pretesto per compiere ogni sorta di abusi costituzionali che avevano finito per generare un'atmosfera sociale addirittura surreale. Il protagonista del racconto vive in pieno la drammaticità del tempo e, alla fine dell'adolescenza, è sconvolto da una grave crisi esistenziale, al culmine della quale non esclude nemmeno la possibilità di suicidarsi; ed è proprio allora che cercherà di esorcizzare tale crisi con l'antico strumento del viaggio catartico, alla fine del quale capirà che un uomo, in quanto tale, è fatto per "vivere" e non solo per "esistere". Sceglierà così proprio la vita. Pubblicata per la prima volta nel 1979, l'anno drammatico dell'assassinio di Pak Ch?ngh?i e del golpe di Ch?n Tuhwan, quest'opera è una delle prime di Yi Muny?l, che negli anni Ottanta diventerà una delle personalità più influenti del panorama letterario sudcoreano.
L'uccello dalle ali d'oro Yi Munyol - Luni Editrice, 2025 - Sol Levante
Agli inizi della colonizzazione della Corea da parte dei giapponesi (1910-1945), in pieno caos istituzionale, un ragazzo è affidato alle cure di S?ktam, letterato confuciano e grande maestro di calligrafia e pittura. Si crea così un rapporto fra maestro e allievo che ben presto si rivela problematico: il vecchio letterato, infatti, considera la calligrafia e la pittura il punto d'arrivo di un preciso percorso filosofico interiore, laddove l'apprendista (che poi prenderà lo pseudonimo di Kojuk) interpreta l'arte figurativa come un estemporaneo prodotto della mente guidato solo dal talento innato. In breve, le divergenze si rivelano insanabili e il maestro si ritrova a dover cacciare l'allievo, che a quel punto comincia a vivere da girovago bohémien traendo sostentamento dalle sue pitture. A poco a poco, però, Kojuk comincia a percepire un vuoto interiore sempre più intenso che gli fa capire che l'arte non è solo mercimonio, ma anche e soprattutto tesoro dell'anima: rivalutato così il suo vecchio maestro, Kojuk diventa uno dei massimi pittori del Paese. Il tempo passa, e Kojuk arriva egli stesso alla vecchiaia. Sentendo la morte vicina, comincia allora a fare una spietata autocritica della propria arte e, dopo aver raccolto tutti i suoi dipinti sparsi per il Paese, ordina ai suoi allievi di bruciarli. E sarà proprio nel bel mezzo di quel gesto estremo che Kojuk, ormai definitivamente ravveduto e pentito, poche ore prima della sua morte raggiungerà la propria apoteosi.