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Giustizia riparativa e comunità. Riflessioni a margine della riforma Cartabina libro
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LIBRO   9788849551709

Giustizia riparativa e comunità. Riflessioni a margine della riforma Cartabina Romualdi Giuliana   -  Edizioni Scientifiche Italiane, 2023  -  Quaderni Di «Studi Senesi»

Secondo il recente Dlgs. n. 150/2022 ("Riforma Cartabia"), è giustizia riparativa qualsiasi programma che consenta alla vittima, alla persona indicata come autore del reato e ad altre persone appartenenti alla comunità di partecipare liberamente e attivamente, alla risoluzione delle conseguenze prodotte dal reato, con l'aiuto di mediatori. Nel descrivere i soggetti appartenenti alla comunità, il legislatore fa riferimento ai familiari della vittima e dell'autore del reato, alle persone provenienti da associazioni che rappresentano gli interessi lesi dal reato, ai rappresentanti delle autorità locali, dello Stato e delle Regioni, e, più in generale, a chiunque vi abbia interesse (art. 45, lett. c) e d). È evidente che il concetto di comunità che risulta dal testo normativo non coincide con l'idea tradizionale di una comunità locale vicina alle persone coinvolte. Sembra, invece, che i programmi di giustizia riparativa siano un'occasione per costruire una nuova comunità, una "comunità di comunicazione", che abbracci tutti coloro che partecipano al percorso riparativo. Come insegna Apel, la comunicazione è lo strumento attraverso il quale abbassare e rimuovere i muri di incomprensione tra gli esseri umani. Condividere uno spazio etico insieme ad altre persone fornisce un ambiente che permette agli individui di rivelarsi ed esprimere, piuttosto che reprimere, l'esperienza vissuta per quanto traumatica. Questo non significa misconoscere l'importanza del coinvolgimento della c.d. "comunità di cura", ma, nel caso in cui il programma riparativo non preveda la presenza di familiari e di persone vicine alle parti (v. ad es. la victim-offender mediation), gli incontri tra quest'ultime con i mediatori permetteranno loro di dare vita ad una nuova comunità fondata sulla comunicazione.

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LIBRO   9788869238024

L'oggetto del giudizio di opposizione all'esecuzione Romualdi Giuliana   -  Bononia University Press, 2021  -  Alphabet

Con formula ampia, l'art. 615 del codice di rito dichiara che con l'opposizione all'esecuzione si contesta «il diritto della parte istante di procedere ad esecuzione forzata». Secondo l'interpretazione offertane dalla dottrina, il diritto di procedere ad esecuzione forzata altro non è se non l'azione esecutiva stessa, insieme di poteri processuali, coordinati e diretti all'avvio e allo svolgimento dell'esecuzione. Nel caso dell'opposizione c.d. di forma (con cui il debitore contesta il difetto originario o sopravvenuto del titolo esecutivo e l'impignorabilità dei beni soggetti ad esecuzione), non sembra dubbio che l'oggetto del giudizio di opposizione coincida con il diritto processuale di agire in esecuzione forzata; altrettanto non può dirsi nel caso dell'opposizione per motivi di merito, dove la contestazione del debitore investe il diritto sostanziale, ossia il credito rappresentato nel titolo esecutivo. In questo caso, ritenere che il diritto di procedere ad esecuzione coincida con un diritto meramente processuale appare quanto meno limitato. Giuliana Romualdi è avvocato e professore incaricato presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Siena, dove tiene il corso di Mediazione e Procedure ADR. È autrice della monografia Dall'abuso del processo all'abuso del sistema giustizia (2013), con Giovanni Cosi del manuale La mediazione dei conflitti (2010, 2012) e di saggi e articoli in materia di procedimenti stragiudiziali. ACQUISTA CARTACEO

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LIBRO   9788834838860

Dall'abuso del processo all'abuso del sistema giustizia Romualdi Giuliana   -  Giappichelli, 2013

L'origine del presente lavoro è da ricercarsi nella nota sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione n. 23726 del 15 novembre 2007. In quanto attuato nel processo, il frazionamento giudiziario del credito unico dal punto di vista sostanziale, si trasforma automaticamente in un abuso dello strumento processuale, causando un danno non solo alla controparte, ma all'intero sistema di amministrazione della giustizia. Le sanzioni predisposte dall'ordinamento, non sono in grado di far fronte ad un fenomeno a cui quotidianamente si assiste nelle aule dei tribunali. Con tutta probabilità, la causa è da ricercarsi nel soggetto che viene colpito da tali sanzioni: la parte e non il suo avvocato. Dalla parte che agisce o resiste in giudizio non può esigersi alcuna valutazione sull'utilità e fondatezza giuridica delle scelte processuali, valutazioni che invece devono esigersi dal suo legale. Di qui, la necessità di ricostruire una responsabilità del professionista legale che si fondi sulle disposizioni del Codice deontologico forense, rilette alla luce della funzione sociale che oggi, con più forza, è riconosciuta all'avvocato dalla nuova legge professionale (legge 31 dicembre 2012, n. 247).

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