Libri di Cur Levy
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Diario di Bergen-Belsen 1944-1945 Lévy-Hass Hanna Cavagna C. (Cur.) Rossi A. (Cur.) - Jaca Book, 2018 - Storia
Hanna Lévy-Hass scrisse il suo diario a Bergen-Belsen quando ancora sperava in un mondo migliore. «Si scrivono così tanti libri», diceva spesso, «se non si ha nulla di veramente eccezionale da dire, non ha senso scrivere». Il suo scrivere aveva un senso - documentare e ricordare avevano un ruolo nella costruzione di un mondo «che sarà bello». Il suo successivo silenzio fu una costante ammissione che il mondo del dopoguerra non era affatto nuovo. Hanna, di famiglia ebrea sefardita, nata e cresciuta a Sarajevo nella ex Jugoslavia (oggi Bosnia-Erzegovina), fu internata nel campo di Bergen-Belsen nel 1944 e, per una serie di coincidenze, fu tra le poche persone a sopravvivere. Il suo diario sulla prigionia, che venne pubblicato per la prima volta in Italia solo all'inizio degli anni Settanta, è una testimonianza unica e perciò ancor più preziosa sulle fasi finali del sistema concentrazionario nazista.
The pink gaze. Lo sguardo rosa. Ediz. illustrata Levy V. G. (Cur.) - Casadeilibri, 2014 - Porte Dei Diritti
The pink gaze. Lo sguardo rosa. Ediz. illustrata - Casadeilibri
Elogio degli intellettuali Lévy Bernard-Henri Verdiglione A. (Cur.) - Spirali, 2026
Esistono ancora gli intellettuali o sono una specie in via d'estinzione? Gli scrittori prosperano, gli artisti attirano le folle. Ma che ne è degli scrittori e degli artisti, che, dopo il caso Dreyfuss, potevano essere definiti intellettuali, cioè che "uscivano dalla loro disciplina per trovare, senza l'ombra di un mandato e forti di un'autorità acquisita altrove, utile e naturale andare a mescolare la loro voce ai grandi dibattiti della città"? E hanno ancora un ruolo nell'epoca degli influencer, dei dibattiti televisivi e delle intelligenze artificiali? Questo libro del notissimo filosofo e opinion leader francese Bernard-Henri Lévy, pubblicato per la prima volta nel 1987, poneva già allora questioni essenziali e quanto mai attuali. Lévy coglie che è finita l'era dell'intellettuale organico o impegnato, perché sono finite le ideologie per cui si batteva. Ma anche perché gli intellettuali hanno troppe volte "mentito, tradito, hanno spergiurato, si sono screditati". Troppo spesso pronti a salire sul carro del vincitore o a seguire le sirene del facile successo. Però, secondo Lévy, l'ostilità nei loro confronti nasce dal bisogno di ogni pensiero Unico di eliminare ogni voce critica e di semplificare la complessità del reale. Per lui gl'intellettuali non solo non sono inutili e dannosi come spesso vengono dipinti, ma sono indispensabili per la difesa della verità, della libertà, e dei diritti umani. Rinunciare alla loro funzione critica significa esporre la società al conformismo e al totalitarismo. "E se non vogliamo che la lotta antinazista, la rivendicazione della differenza, la battaglia per i diritti si volgano in incubo, occorrerà che siano gli intellettuali, proprio loro, a ricominciare a parlare". Elogio degli intellettuali è una difesa appassionata del pensiero critico come atto civile, un invito a non rinunciare alla complessità e alla responsabilità della parola in un'epoca che tende a semplificare, delegittimare, silenziare.