La Quarta Prosa Libri
Libri pubblicati nella collana La Quarta Prosa Letteratura: storia e critica
Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell'età del capitalismo avanzato Benjamin Walter Agamben G. (Cur.) Chitussi B. (Cur.) Härle C. (Cur.) - Neri Pozza, 2012 - La Quarta Prosa
Questo libro presenta la ricostruzione - resa possibile dai manoscritti benjaminiani ritrovati da Giorgio Agamben nel 1981 nella Biblioteca nazionale di Parigi - del libro su Baudelaire cui Benjamin aveva lavorato negli ultimi due anni della sua vita, quando, interrompendo la stesura dei "Passages di Parigi", decide di trasformare in un'opera autonoma quello che all'inizio si presentava come un capitolo del libro. Attraverso un paziente lavoro di edizione e di montaggio, che alterna testi inediti ad altri già noti (che trovano solo ora la loro collocazione e il loro senso nell'opera complessiva), il libro permette di seguire la genesi e lo sviluppo, nelle varie fasi della sua stesura, del work in progress che costituisce la summa della tarda produzione benjaminiana. Mentre del libro su Parigi noi abbiamo poco più che lo schedario, "Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell'età del capitalismo avanzato" offre un'immagine articolata e coerente, anche se frammentaria, del laboratorio benjaminiano e del suo metodo compositivo. Sfatando la leggenda di un autore esoterico, il libro ci presenta, nel suo stesso farsi, il modello di una scrittura materialista, in cui non soltanto la teoria illumina i processi materiali della creazione, ma anche questi ultimi gettano una nuova luce sulla teoria.
La materia fiorente. Sulla natura della poesia Sjoberg Gustav - Neri Pozza, 2022 - La Quarta Prosa
Chi ha detto che la materia è incapace di creare da sé la forma (o le forme)? D'accordo, è stato Aristotele, lo sappiamo. Ma cosa accadrebbe invece se, forzando il maestro di coloro che sanno, troncassimo il legame tra forma e arte perché «mediante un concetto di forma radicalmente altro diventerà possibile una distruzione dell'arte - e, in particolare della poesia - concepita come ambito autonomo, come sfera distinta dalla non-arte, dalla non-poesia oppure come sublime riflessione sull'esistenza. Non sarà che qui si compie una risoluzione dell'arte nella natura?» Non è alla scienza o alla negromanzia tecnologica faustiana che l'autore affida tale compito, ma alla poesia stessa, concepita - secondo un paradigma insieme antico e attualissimo - come la fiorente materia del tutto. Il libro di Sjöberg, scritto in originale con minuscole che aspirano al filo d'erba, ma grondante della rugiada dei grandi - l'autore cita dall'originale i classici italiani della naturalezza poetico-politica e simbolica della lingua, ancora al di là di ogni teologia politica: Dante, Bruno, Campanella (che ha tradotto nella sua lingua), senza dimenticare Folengo e Rabelais - mostra che sarà un passaggio "naturale" e invita a compierlo. A condizione che le differenze linguistiche dettate dai luoghi di appartenenza dei parlanti che li abitano, una volta riconosciute e valorizzate, escano dal labirinto dei simboli e delle culture e si lascino attraversare da un senso per la differenza simpatetico all'intelletto comune di Averroé, atto a pensare l'umano sotto un principio unico di permanente, immediata connessione. Consumata allora la babele dell'incomprensione tra popoli bellicosi, l'aiuola che ci fa tanto feroci troverà finalmente una sua pace, che sarà l'ordine mondiale del "giardino planetario" a garantire. Nel "comunismo cosmico" a esso promesso la forma inoperosa di giardinaggio sarà poetica. Trapianterà, al posto della poesia antropocentrica dedita a una decidua filologia, una sempre rifiorente "filologia naturale" in cui l'umano ridivenuto natura ritroverà alla fine quell'innocenza infantile che, forse, non si ricorderà più nemmeno di aver perso. M.F. «Un altro modo di comprendere la materia sarebbe, approssimativamente, di trattarla come una produzione di infinite, innumerevoli forme entro un incessante movimento di decomposizione e composizione, dissoluzione e ricombinazione. Concepita in questo modo la materia non sarebbe più un substrato passivo su cui si debba intervenire con un lavoro formale, bensì, al contrario, una molteplicità di forme che genera se stessa e con cui combacerebbe».