Soggettive Libri
Libri pubblicati nella collana Soggettive Autobiografie: artisti e personalità dello spettacolo
Pageboy. La mia storia Page Elliot - Mondadori, 2023 - Soggettive
Grazie al successo del film Juno, Elliot Page ha ottenuto un'enorme popolarità in tutto il mondo e persino un'ambitissima candidatura agli Oscar. Tutto sembrava perfetto. O forse no. Perché mentre i suoi sogni professionali diventavano realtà, la pressione per soddisfare le aspettative di Hollywood si rivelava sempre più soffocante. E l'Olimpo si è improvvisamente trasformato in un incubo. Sotto i riflettori non c'erano soltanto il suo talento e il suo carisma, ma anche la sua vita privata. Elliot si è trovato ben presto a interpretare il ruolo più difficile di tutti, dentro e fuori dal set. Un ruolo che lo ha costretto a fingere di essere la persona che tanti volevano che fosse. Ha indossato vestitini e make-up, posato per servizi fotografici, nascosto la relazione con la sua ragazza di allora e se stesso dietro una maschera. Una recita snervante, e a volte il senso di vergogna, la depressione, gli attacchi di panico e la solitudine diventavano insostenibili. Fino a quando, in un'afosa sera d'estate, ha trovato finalmente la forza di dare voce ai propri desideri, rimasti troppo a lungo soffocati. Con una voce autentica e coinvolgente, Elliot condivide in queste pagine la sua storia. La storia di una vita spinta sull'orlo dell'abisso - e di un viaggio tortuoso alla ricerca di se stesso come queer e come trans. Un percorso fatto di curve e di svolte, due passi avanti e uno indietro. Pageboy è un intenso e sincero racconto che parla di genere, amore e relazioni, traumi e successo. Ma soprattutto è il racconto di cosa significhi liberarsi dalle aspettative degli altri e un invito a fare altrettanto, indipendentemente da chi sei e da quale sia il tuo viaggio.
Un futuro infinito. Piccola autobiografia Asti Adriana - Mondadori, 2017 - Soggettive
Bambina ipersensibile e schiva, nata in una famiglia borghese poco incline alle dimostrazioni d'affetto, ma anche adolescente ribelle al punto da andarsene di casa a diciassette anni. «Pessima attrice» in una compagnia teatrale itinerante (il Carrozzone), cui si unisce per caso e non per passione, ma capace di farsi presto notare da Giorgio Strehler, che la scritturò per il Piccolo Teatro. Vittima di un misterioso malessere che la costringerà in analisi per oltre trent'anni (e da cui guarirà grazie a Cesare Musatti), eppure protagonista acclamata della scena teatrale italiana e internazionale, contesa dai più famosi registi del Novecento, da Harold Pinter a Bob Wilson. Attrice cinematografica amata da registi colti e raffinati come Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Giuseppe Patroni Griffi, Susan Sontag, Bernardo Bertolucci, Abel Ferrara, Marco Tullio Giordana, ma anche interprete di alcuni tra i film più osé e delle pièce più scandalose degli anni Settanta. La vita di Adriana Asti è un susseguirsi di scelte anticonvenzionali, incontri spiazzanti e contraddizioni apparentemente inconciliabili. Che il suo sguardo divertito rispecchia fedelmente. È con irresistibile garbo e autoironia che in Un futuro infinito racconta sé stessa e il suo mondo, popolato da scrittori, poeti, maghi, intellettuali, registi, attori, primedonne, personaggi eccentrici e bizzarri. Le cene con Alberto Moravia, Carlo Emilio Gadda, Goffredo Parise, Elsa Morante e Natalia Ginzburg (che scrisse per lei Ti ho sposato per allegria). Le estati a Ischia con Luchino Visconti, che organizzava scherzi feroci. E poi, il legame struggente con Pier Paolo Pasolini, «un diamante che non si scalfisce». Il burrascoso rapporto con Susan Sontag. Il sodalizio umano e artistico con Franca Valeri. Il successo in Francia, che le ha aperto una carriera Oltralpe e un'«altra» vita. La malattia, che la spaventava al punto da non nominarla, ma che non riuscì a tenerla lontana dal palcoscenico. E ancora, le prime nozze con Fabio Mauri, presto naufragate. L'incontro e il matrimonio con Giorgio Ferrara, regista, attore e direttore del festival di Spoleto. Lei allora quarantenne, lui poco più che ventenne, uno scandalo per l'epoca. La storia di una straordinaria attrice, riservata eppure spregiudicata. Di una donna profondamente libera e anticonvenzionale, con il talento di sapersi lasciare ogni cosa alle spalle. Perché il passato non esiste: è solo qualcosa che la spinge in avanti, verso ciò che deve ancora accadere.
Lo spazio dei sogni Lynch David Mckenna Kristine - Mondadori, 2018 - Soggettive
«Il secondo dopoguerra era un periodo perfetto per essere bambini negli Stati Uniti. All'epoca, pur essendo la capitale dell'Idaho, Boise manteneva un clima da cittadina di provincia, dove i figli della classe media godevano di libertà oggi inimmaginabili» scrive Kristine McKenna a proposito dell'infanzia e della città natale di David Lynch. Il quale, da parte sua, conferma ma aggiunge: «Quando giravo in bici la sera, al buio, da certe case provenivano luci calde, accoglienti. In altre le luci erano basse. Ecco, io avevo la sensazione che dentro quelle case non succedessero cose belle». Questo doppio registro narrativo - da un lato le oltre cento testimonianze di parenti, amici, attori, produttori, sceneggiatori e collaboratori che hanno lavorato con lui e che parlano unanimemente di Lynch come di una persona dolce e affabile e di un cineasta geniale, dall'altro la viva voce del protagonista che rivisita, talora con occhi diversi, gli stessi episodi e le stesse esperienze - è il tratto saliente di una biografia-autobiografia che, nel raccontare la vita del grande regista americano, offre una formidabile chiave d'accesso ai segreti della sua poetica e della sua creatività. Il flusso corale di ricordi, sentimenti e riflessioni, reso in un linguaggio colloquiale che ne esalta la spontaneità, chiarisce la natura di quello sguardo eccentrico e visionario che guida in modo coerente la cinematografia di Lynch, lungo una sequenza di titoli dal successo alterno ma tutti capaci di sferzare la fantasia e smuovere l'inconscio dello spettatore: da "Eraserhead" (1977) a "The Elephant Man" (1980), da "Velluto blu" (1986) alla saga tv di "Twin Peaks" (1990), da "Cuore selvaggio" (1990) a "Mulholland Drive" (2001). Ampio spazio è dedicato anche al talentuoso e vulcanico eclettismo del Lynch non regista. Che dipinge, una passione coltivata fin da ragazzo e mai abbandonata, con mostre in alcune delle più importanti gallerie del mondo; pratica la meditazione trascendentale; suona e compone musica; costruisce con le proprie mani oggetti, mobili e scenografie; e ha dato il proprio nome a una fondazione che promuove l'educazione infantile basata sullo sviluppo della coscienza. Di questo corposo racconto, Lynch dice che ha appena scalfito la superficie delle cose. Eppure il ritratto dell'uomo e dell'artista che ne emerge è così penetrante da rendere difficile credere che vi si possa aggiungere qualcosa di essenziale.