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Libri editi da Abe Letteratura, storia e critica: letteratura dal 1500 al 1800
Potere e nobiltà nella città dei papi. Vol. 1: Eresie romane di Niccolò Franco da Benevento (1515-1570) Iandiorio Virgilio - Abe, 2023 - Dissertazioni & Conferme
Vengono qui raccolte in un unico volume due momenti dell'attività di scrittore e di poeta di Nicolò Franco. Il primo capitolo è dedicato al soggiorno del Poeta Beneventano a Casale Monferrato, a contatto con un ambiente culturalmente vivace e interessante. In questo primo capitolo, in particolare, ci si sofferma su una delle opere che il Franco scrisse durante il suo soggiorno a Casale Monferrato. Il soggiorno monferrino, durato alcuni anni, consentì al nostro autore di dedicarsi alla stesura del romanzo intitolato Philena, un nome greco attribuito alla donna amata, come, prima di lui, aveva fatto Giovanni Boccaccio, chiamando con nomi greci i protagonisti di alcune sue opere. Con questo romanzo, Philena, il Franco si cimenta con gli autori che avevano trattato, in prosa e in versi, il tema dell'amore, che da passione diventa motivo di riscatto sociale e culturale. Il poeta sembra dirci che la metafora della vita come un sogno, non deve distrarci dalla speranza e dalla ricerca continua del bene, anche quando tutto sembra lasciarci in balia delle onde del mare in tempesta: - Noi siamo veramente sembianze d'onde marine, le quali mentre sospinte sono hora da prosperi, e hora da venti avversi, quando avanti si traggono, e quando indietro si chinano. La qual cosa fa, che durar non può sempre il rigor dei contrari fiati. E perciò veggiamo i mari hora con ispumose montagne alzati, e pur' hora ridutti ne le pianezze piacevolissime, cosi come e rapidi torrenti non sempre torbidissimi correre, e danneggiare i confini loro, ma solere a la limpidezza dei lor christalli, e a la lentezza dei corsi in breve spatio ritornare. Il nimico, e guazzoso Verno non è sempre intera parte de la stagione: e veggiamo similmente l'Autunno suto già spogliato de suoi honori, rinvigorirsi tantosto nel verde suo. Mal fa chi d'e vostri pari si trova nel male, e non spera il bene. I dodici libri in cui è suddiviso il romanzo Filena sono scritti in una prosa scorrevole e, oserei dire, moderna. Essi ritroviamo il pensiero del nostro autore su temi a lui cari: l'amore per la sua donna, il legame forte con la sua patria, Benevento. Il secondo capitolo è dedicato all'Epistolario, dove il nostro Beneventano fa riferimenti a luoghi e a personaggi della sua città e della provincia di Principato Ultra. Qui preme sottolineare la valenza formativa che l'epistolario ha per la ricostruzione della Storia, con particolare attenzione alla dimensione locale di essa. I cambiamenti avvenuti in questi ultimi decenni nella scuola hanno contribuito a rendere il campo di ricerca sulla storia locale, un terreno ambiguo e di scontro, perché non sono mancate rappresentazioni del passato legate anche ad esigenze politiche attuali. Sono emerse anche proposte politiche che hanno trasformato a loro uso il passato regionale e locale, mitizzando le "piccole patrie", e costruendo identità chiuse in sé stesse, col risultato di produrre contrapposizioni ed esclusioni, anche stravolgendo le vicende storiche per idealizzare il passato. Valorizzando il patrimonio culturale locale come testimonianza e rappresentazione del passato e la presenza in esso di diversificate storie di uomini e di donne, si rende significativo il legame tra il presente e il passato in tutte le sue sfaccettature. La storia non è mai univoca, perché ogni azione dell'uomo ha in sé il germe dell'ambiguità. Siamo partiti dalla scuola e alla scuola facciamo ritorno; perché anche lì si gioca il ruolo che deve avere la storia nella nostra civiltà, che sembra perdere la cognizione del tempo passato e non sa intravedere quella del tempo futuro. Una corretta nozione del rapporto tra storia locale, regionale, nazionale, europea, e possiamo aggiungere globale, diventa determinante per acquisire la consapevolezza che l'identità sociale è fatta certamente di differenze e di dissonanze, ma anche e molto spesso di somiglianze e di percorsi condivisi. (V.I.)
Papi, poeti e putti. Pene e purghe per efebi, satiri e janare. L'inferno di Niccolò Franco da Benevento Iandiorio Virgilio - Abe, 2018 - Altre Storie
Di Nicolò Franco scrittore e poeta di Benevento vissuto nel XVI sec. viene riportato uno dei "Dialogi piacevoli", pubblicati nel 1539. Si tratta del Dialogo settimo, sulle pene da dare ai poeti greci e latini confinati all'Inferno. L'ironia dello scrittore beneventano non risparmia nessuno dei grandi poeti dell'antichità classica, anticipando, se così si può dire, atteggiamenti di scrittori del sec. XIX. Il rapporto del Franco con la città natale viene esemplificato con passi tratti da sue opere. La traduzione di due capitoli della vita del Franco scritta da un anonimo autore francese del XVIII sec. è la riprova della fortuna del Franco fuori dell'Italia. In appendice alcune delle lettere scritte dal Franco al fratello Vincenzo.
Potere e nobiltà nella città dei papi. Vol. 2: Niccolò Franco da Benevento, il dissacratore impiccato: Processo e patibolo per l'amico di Michelangelo Iandiorio Virgilio - Abe, 2023
"Un giorno era a cena a casa della sorella maggiore con il marito e un orefice di Roma, parente di suo cognato. Quest'ultimo chiese all'orefice che cosa c'era di nuovo nella città, da quando era partito. "Niente di rilevante, gli rispose il parente, se non che il santo Padre è stato gravemente ammalato: ma questa malattia, fortunatamente, non ha avuto conseguenze. Aspettate: dimenticavo di dirvi che il mese scorso c'è stata un'esecuzione capitale che ha sorpreso tutta la città e ha fornito materia a molti discorsi. E' stato impiccato in effigie, l'autore di una satira crudele contro cinque o sei signori dei più importanti di Roma. Tutti sono andati, in verità, perché essi (questi signori) erano dipinti punto per punto e non c'era una sola calunnia. Ma questi uomini non di meno hanno avuto il credito di fare arrestare il poeta e ottenere dei giudici per istruire il processo. Mentre questi lavoravano con alacrità, il prigioniero, uomo di spirito, ha messo in fallo i giudici e se n'è scappato col carceriere. In tempo. Due giorni più tardi, era appeso nella sua stessa persona". Questo racconto diede il colpo mortale a Nicolò. Trovò una scusa per andar via subito dopo la cena. Uscì, il pugnale nel cuore. Il tremendo pericolo che aveva corso, gli fece gelare il sangue nelle vene. La vergogna di un trattamento così ignominioso, raddoppiò fino al massimo la sua nera malinconia, e la rese inguaribile. Dopo questa giornata, non volle più mangiare a tavola, e la più giovane delle sorelle da cui alloggiava, usava una specie di violenza per fargli accettare del cibo. Così, ben presto le forze diminuirono a tal punto, che si sosteneva a stento. Tutta la famiglia, allora, si allarmò. Fecero venire i migliori medici della città. Essi dissero che i rimedi erano inutili per questa malattia: che il suo sangue si era cambiato in una bile bruttissima. La madre di Nicolò, li prese in disparte e volle sapere da essi quanto tempo suo figlio poteva ancora vivere. Le risposero che sarebbe molto se passava gli otto giorni. La madre desolata, andò a chiudersi subito nella sua camera dove versò un torrente di lacrime. Dopo che il suo dolore le ebbe esaurite, si gettò in ginocchio, gridando:" Ohimè! Mio Dio, non me lo avete riportato se non per riprenderlo così presto! Lo amavo forse con troppa debolezza, in una maniera troppo umana, e voi mi volete punire. Ah! per lo meno, Signore, che non sia vittima per l'eternità. Degnatevi di fargli conoscere tutto il pericolo del suo stato, e ispirargli un sincero pentimento dei suoi errori. Per riparare, per quanto posso, quello che c'è stato di criminoso nella mia tenerezza, voglio annunciargli io stessa il vostro giudizio e la vostra misericordia. Armatemi, vi scongiuro, di forza e di coraggio". In quel momento, questa brava madre si sentì esaudita. Si alzò, corse verso l'ammalato e fece uscire dalla camera tutti quelli che c'erano. "Siete ben persuaso, mio caro figlio, gli disse, di tutto il mio amore per voi?" "Non andate oltre, madre mia, mi volete dire che non ho che pochi giorni di vita. Ne sono convinto da me, e sto lavorando a impiegare per la mia salvezza i momenti che mi restano. Per aiutarmi a riconoscere e a piangere i miei traviamenti, fatemi venire, vi prego, questo dopo cena il padre Giuseppe, il domenicano; ha amicizia per me. Lo conosco da lungo tempo; io so che questo bravo religioso ha il cuore di un padre per i peccatori. Io non ho approfittato, mia tenera madre, dei consigli che mi avete dato altre volte. Sento in questo momento, meglio che mai, quanto fossero saggi e quanto sarei stato felice nel seguirli."