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Libri editi da Abe Blasfemia, eresia, apostasia
Eresie a Napoli post inquisizione: il figlio del re per giudice nelle Camere della Rota (1547-571) Bascetta Arturo - Abe, 2024 - Dissertazioni & Conferme
Il terzo manoscritto: aggiunte e pasquini nell'istoria La vera chicca della III parte della cronaca della Historia del Castaldo con le aggiunge dell'Anonimo copista è sicuramente una figura sconosciuta agli storici che d'improvviso si intrufola nel Tribunale della Vicaria e gestisce alcuni casi penali in maniera autonoma sotto gli occhi increduli di cancellieri, giudici e reggente. È Ugedo, figlio «insano» di Filippo II, prossimo erede di Carlo V Imperatore, che la storiografia scorge lontano da Napoli, ma che in realtà le cronache di questo fantastico diario lo pongono fra i protagonisti della vita giudiziaria della capitale del Regno. Segue un'altra figura eccezionale, che già conosciamo, del fluido Principe di Salerno, il quale, con la sua modernità alla francese sfida tutto e tutti, raggirando anche i più scettici col «falso» parto della Principessa Isabella, per evitare la confisca dei beni ereditari. Sanseverino arriva a farsi beffa del Viceré, ma la coppia più amata del Regno pagherà con la vita l'essere stata ricca, felice e ammirata dal popolo, proprio per invidia di Toledo, non solo aggrappato al potere, ma sempre più spietato e vendicativo. L'attentato, la fuga, l'esilio, i dispetti: sono descrizioni che solo chi aveva vissuto da protagonista poteva fare all'abile scrittore che ce le tramanda, arrivando a descrivere il suo padrone alla corte dei nemici. E' un Sanseverino leggiadro, quasi di facili costumi ma anche dalla brillante intelligenza, pronto a sfidare Viceré e Imperatore, a stringersi alla corte del Re di Francia, a seguire il Solimano fino a Costantinopoli, e a dormire a lungo nell'harem del Gran Turco. Don Pedro sarà spietato nei suoi riguardi, volgendogli contro l'esercito per catturarlo, i giudici per la confisca dei beni e lo stesso popolo, facendolo dichiarare disertore e fuggitivo, traditore, lascivo e bisessuale. Ma anche il Viceré deve fare i conti con il fine vita, dopo una esistenza nel lusso e nel comando, perdendo senno e dignità al solo pensiero di essere stato mandato, dal suo Imperatore, a combattere Siena, benché malaticcio e innamorato. Torna Firenze nella storia di Napoli, con altre pagine di cronaca sulla Duchessa e su Pietro Strozzi, mentre «l'inconsapevole» Principe di Salerno, sulla via del tramonto anch'egli, ha aperto ormai le porte dei suoi ex stati all'invasore Turco. Lo sbarco del Pascià avviene a Massa e Sorrento, e lo stazionamento a Procida, mentre Carlo V saluta questo mondo e il figlio Filippo II che succede a Re di Napoli. Una sequela di Viceré e luogotenenti si fa strada sul trono, dove Ugeda, figlio storpio del nuovo sovrano, legalizza una «banale» tangente per favorire un vecchio procidano che lo intenerisce. È l'ultimo atto di questa terza parte dell'Historia che si conclude con un profilo sui governatori della Città, pronti a far applicare le prammatiche della giustizia. Non parlano più di «inquisizione», ma la parola d'ordine resta l'«eresia», quella che vede cadere molte teste, una dopo l'altra, mentre la Vicaria si fa bella con la stanza della Tortura e la stanza della Rota. Sabato Cuttrera
Eresie a Napoli pre Inquisizione: cronache su giudei, luterani, forusciti e nobili squartati. Gli editti contro l'eresia sono realtà Bascetta Arturo - Abe, 2024 - Dissertazioni & Conferme
Questa prima parte del volume, come la seconda che seguirà, tratta delle cronache nude e crude sui malumori del popolo che portarono alla rivolta del 1547. Una carrellata iniziale sul secolo dell'opposizione religiosa immerge il lettore nelle cronache del Cinquecento, i giornali dei cronisti dell'epoca, che ci raccontano di una capitale oppressa dalla religione e dallo strapotere del Viceré spagnolo Pietro da Toledo, imposto dall'Imperatore Carlo V, che pure si era mostrato liberale a Napoli 'città fedelissima'. Le ragioni sono da ricercarsi nella crescente povertà dovuta alle guerre di religione e di stato che ancora richiedono la necessaria sedimentazione, specie tra Francia e Spagna, come in Tunisia. In fondo è un bel periodo solo per i dominatori, che si sollazzano fra i bagni di Pozzuoli e le corti locali, ma debiti, corsari e prestiti a strozzo sono il vero problema che faranno esplodere il popolo. La lunga premessa immerge il lettore anche in episodi 'leggeri' fra la parentela dei Toledo con il Duca di Firenze, l'amante a viceregina, il segretario dalla mano lesta, e lo stesso Viceré giocatore d'azzardo e sadico vendicatore. E così, il falso illuminismo delle nuove strade, delle statue nelle piazze, delle fontane zampillanti, contrasta con le centinaia di napoletani mandati alla forca o a ingrossare le sale della nuova Vicaria fatta costruire apposta per giustiziare i Napoletani, da accusare e torturare. Gli ordini nuovi vengono affissi nel duomo e parlano chiaro: ai laici è vietato parlare di religione. Ora il rischio di finire sotto i ferri della luccicante sala delle torture è reale. E saranno centinaia i Napoletani costretti a confessare peccati mortali inesistenti, per il macabro gusto degli ufficiali spagnoli di vedere squartati in pezzi i nobili di Napoli, fuoriusciti e filofrancesi. Le lettere, le poesie, la musica della Corte del Principe di Salerno, portata da Siena a Napoli, invidia del Re di Francia o del Gran Turco, vengono offuscate dalla sete di vendetta del Viceré che perseguita Ferrante Sanseverino fino a vederne morta la bella principessa, seppur amati dall'Imperatore. L'autore fa parlare copisti e cronisti, Miccio, Castaldo, Spiniello e gli anonimi: tutti a raccontare di un popolo sempre ribelle, a causa delle vendette subite, pronto alla guerra civile alla sola notizia dell'Inquisizione, già accusato del delitto di eresia, per essere sempre più lontano dalle imposizioni papaline. L'idea di non volere l'Inquisizione, covata sotto Papa Paolo III e agognata da Paolo IV, il più terribile della storia, porta il popolo, sentitosi tradito, a ribellarsi a tutti, perfino a scagliarsi contro i nobili che lo hanno utilizzato, accusato e tradito. Ma il Viceré colpisce tutti, editto dopo editto, mendicanti e gentiluomini, fino alla persecuzione del Principe di Salerno, colui che sognava un mondo di arte, di scienze e di natura. È la bellezza pura di corpi che si intrecciano e amoreggiano leggiadri alla falsa accusa di sodomìa, che è vera eresia.
Eresie a Napoli. L'Inquisizione 1547. Vol. 2: Coercizioni fisiche, torture e pene corporali Bascetta Arturo - Abe, 2024 - Dissertazioni & Conferme
È la vendetta del Vicere' Toledo, spagnolo spietato e vendicativo. La Cronaca ruota intorno alla rivolta del 1547, o meglio, ai danni causati dalla ribellione, scattata alla sola notizia di voler instituire il Tribunale della Santa Inquisizione. Non è ovviamente la rivoluzione di Masaniello del 1648, ma quella capeggiata da un suo omonimo, giusto un secolo prima. Il capo della Rivolta fu infatti tal Tommaso Aniello Sorrentino di Napoli che, in groppa a un amico, girò per i seggi della Città a radunare gente per la protesta nel nome del popolo e dei nobili. Fatto è che si dissociarono subito gli ufficiali della Vicaria, sebbene furono poi costretti a chiudere quelle carceri perché il Popolo, inneggiando al giovane e brillante Principe di Salerno intese spostare la protesta dal sordo Viceré all'amato Carlo V. Ma Don Petro approfitta della partenza di Don Ferrante Sanseverino e lancia le sue truppe a bombardare le povere case del quartiere più vicino al castello, uccidendo donne e bambini. Il popolo, invitato dal Priore di San Lorenzo, sede del Parlamento della Città, è costretto alle scuse per evitare la distruzione a tappeto. I nobili si discolpano e si tirano indietro, ma la vendetta cade subito su tre giovani rampolli fatti «squartare» in pubblica piazza. Sono in molti a ritirarsi, a cominciare dai deputati cittadini, capeggiati da Mormile che, in groppa a un ronzino prima solleva il popolo e poi dice a tutti di tornare a casa. La Città è costretta alla pace, ma l'odiato Viceré, preso di mira, scampa per un pelo a un attentato. Toledo alza il tiro e gli Spagnoli sparano sulla folla, in attesa di aiuti perfino da Firenze, pronti a colpire il popolo. Poi torna la ragione e si evita l'assalto della Vicaria da parte dei cacciatori Calabresi e dei fuoriusciti, di cui la città ormai è piena, pronti a farsi uccidere a decine. Finalmente Napoli s'arrende e giura fedeltà: il popolo consegna le armi e il Re invia l'indulto, trattenendo a corte il Principe di Salerno. Resta al suo posto con maggiori poteri il Viceré, pronto alla vendetta finale. Comincia infatti, scalzata l'Inquisizione, l'epoca delle eresie a suon di bandi, manifesti e trombette che per le vie della capitale preannunciano condanne per i laici che parlano di religione, per i luterani, e per i seguaci di Sodoma e Gomorra. Gli editti contro gli eretici si sprecano e le torture a danno dei poveri Napoletani anche. Chi viene messo alla corda, chi confessa, chi viene liberato e chi ucciso ugualmente, «squartato» o decapitato con la scure è solo un particolare. I nobili credevano di averla scampata, ma la spada del prorex spagnolo si abbatte su tutti. È sempre quella di Don Pedro, l'uomo che si è fatto raffigurare anche sulle medaglie che i supplicanti mostrano afflitti a Carlo V che le sfiora, sorride, e se ne va. Sabato Cuttrera