Eurilink University Press Libri
Libri editi da Eurilink University Press Ideologie politiche
La vanità della forza. Gli articoli su «La Rassegna» di Bari (1943-1945) Moro Aldo D'ubaldo L. (Cur.) - Eurilink University Press, 2016 - Tempi Moderni
Torna, in una nuova veste, dopo quella anastatica e fuori commercio, voluta nel 1988 dall'Università di Bari, la raccolta degli articoli (46 in tutto) che Aldo Moro pubblicò su "La Rassegna", nell'arco del biennio 1943-1945. Ora l'intera collezione contempla una breve guida alla lettura per ogni singolo articolo, nonché la presenza diffusa di note esplicative. Forse un titolo aggressivo - del tipo "Quando Moro non era (ancora) democristiano" - avrebbe garantito all'insieme di questi contributi sparsi una maggiore efficacia evocativa. La loro lettura rivela il disagio o, più precisamente, l'insoddisfazione del giovane intellettuale cattolico per la fragilità della ripresa democratica, il vero cruccio per la crisi spirituale e politica del Paese, i segni di delusione per le incongruenze che sfibrano le scelte politiche del dopoguerra, anche ad opera delle nazioni vincitrici. Moro sorprende per lucidità di analisi e libertà di pensiero, come, ad esempio, agli inizi del 1945, quando risuona alto il suo "perché siamo all'opposizione". È severo nel giudicare uomini e fatti. Non tiene nascosta neppure la critica a un certo modo di essere dell'antifascismo: in lui prevale un'esigenza di purezza e verità, che trapassa nella speranza di veder edificata la nuova democrazia su principi di rigore morale e umanità. In questa produzione giornalistica, giocata a tutto campo e sull'onda di determinate emergenze, Moro riversa la sua preparazione giuridica - per la quale aveva già ottenuto la libera docenza presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Ateneo barese - e la sensibilità, religiosa e sociale, di una generazione cattolica, cresciuta all'ombra della Chiesa di due grandi Papi: Pio XI e, soprattutto, Pio XII. Il titolo scelto per questo volume riprende una testuale espressione di Moro: la "vanità della forza". Con essa si viene a identificare la tragica dialettica che avvolge la guerra, il cui sviluppo, affidato alla potenza delle armi e alla volontà di dominio sul mondo, non porta di solito a compimento le nobili premesse della giustizia e della libertà. È lecito, tuttavia, arguire come, sulla scorta di questo ragionamento, la vanità non si debba rintracciare nella sola dimensione straordinaria del conflitto armato, quanto piuttosto nella stessa normalità della vita politica. Ciò avviene, in conclusione, quando il bene comune e i valori della dignità umana perdono la loro centralità, sicché la lotta democratica declina fatalmente nella pretesa di misurare ogni cosa sulla base dei rapporti di forza, divenendo in assenza della giustizia un'espressione di "dura prepotenza".
Tra Cremlino Gramsci e Togliatti. Percorsi del filologo Ruggiero Giuseppe - Eurilink University Press, 2011 - Historia
Riflettendo sull'ultimo scritto dedicato a Gramsci da Palmiro Togliatti, poche settimane prima di morire, si avrà modo di scoprire un tema attraente del quale finora ci si è scarsamente occupati. "Gramsci, un uomo", l'articolo del 19 giugno 1964, è il ricordo dello sfortunato compagno che, se 'filologicamente' analizzato, appare in tutta la sua inattesa originalità nell'ordine dei rapporti tra i due leader del comunismo italiano. Uno scritto che rivela gli umani scrupoli di Togliatti per i servizi resi a Mosca, durante la travagliata stagione del Comintern, e il bisogno di ogni personaggio della storia di aprirsi a se stesso con coscienza vera, tesa a ripensare un passato non sempre limpido. "... se chi ti fa del male aveva il dovere di aiutarti..." fu il tormento del prigioniero Gramsci, ma di riflesso anche suo, di Togliatti, se nel maggio del '37, appena morto il compagno, vorrà acquisirne con premura tutti i possibili scritti. L'articolo del '64 ci rivela dell'altro: il processo di un sentimento religioso che ci fa apparire un Togliatti diverso. A ispirare quell'ultimo scritto non fu soltanto il fatale presentimento della propria morte, ma anche e soprattutto un ritorno di coscienza che lo spinse a ripensare all'uomo Gramsci, per rendergli finalmente giustizia con uno scritto pervaso da sentimenti mai espressi nel passato.