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L'Inter ha le ali Altobelli Alessandro Baresi Giuseppe Beccalossi Evaristo Mercurio A. (Cur.) - Piemme, 2018 - Varia
Quando, nel 1978, i nerazzurri di Eugenio Bersellini sbarcano all'aeroporto di Pechino, su una pista occupata solo da velivoli militari, prima squadra occidentale a giocare in quel Paese, il destino sta già tessendo le sue trame. Con perfetta simmetria, infatti, anni dopo il FC Internazionale Milano è stata la prima società italiana ad avere un proprietario cinese. Era un altro mondo, anche nel calcio: non c'erano procuratori, i contratti erano annuali, quindi il rinnovo bisognava sudarselo ogni volta correndo come matti, tutta la squadra era italiana doc, dai giocatori ai manager, e i ruoli in campo erano ben definiti, c'erano le ali, i terzini, i mediani. Non si regalava la maglia autografata ai tifosi, perché era una sola in dotazione per tutta la stagione. E le veline erano ancora solo fogli di carta. I campioni che hanno fatto grande l'Inter degli anni Settanta e Ottanta, di cui cinque artefici del Mondiale 1982, rievocano con umorismo e nostalgia la stagione d'oro della squadra nerazzurra, quando la società era come la mamma, che ti allevava e ti faceva crescere, gli allenatori facevano anche la parte del papà severo, e la parola data aveva valore di contratto. E con lo stesso humour e lo stesso affetto, fanno i raggi X alla squadra di oggi. La verità è che il nerazzurro non si toglie con la maglia, rimane impresso sulla pelle, e infatti nessuno di loro ha mai dato l'addio alla beneamata. Quello che ancora oggi rimane invariato, e che li accomuna agli oltre quattro milioni di tifosi, è il cuore grande del popolo interista. E la sua eterna capacità di sognare.
C'è solo l'Inter. Cento anni di tormento ed estasi Catania Enzo - Piemme, 2008
Un'altra così non c'è. Unica. L'unica squadra d'Italia ad aver giocato solamente in serie A. La squadra che nell'ultimo campionato ha battuto tutti i record europei: 97 punti conquistati, 30 vittorie, di cui 17 consecutive. La squadra del due volte campione del mondo Giuseppe Meazza e del genio focoso e generoso di "Veleno" Lorenzi. L'invincibile compagine del mago Herrera, con l'eleganza di Facchetti, la regia di Suarez, la rapidità di Jair e Mazzola, le punizioni a foglia morta di Corso. La leggenda. Ma non è solo questo, l'Inter, non solo un lungo elenco di campioni, dal panzer Rummenigge a quel patrimonio del calcio tutto chiamato Roberto Baggio, da Lothar Matthaeus a "Spillo" Altobelli, dalla vita da mediano di Oriali all'estro slavo di Ibrahimovic. Non solo estasi, ma anche, forse più spesso, tormento. Sconfitte impossibili, delusioni feroci, giocatori che parevano campioni e si rivelavano bidoni, e poi magari ritornavano campioni su altri lidi. Genio e sregolatezza, come un suo n. 10 amatissimo, Evaristo Beccalossi, tecnica sopraffina e un solo piede, il sinistro, capace di segnare gol spettacolari ma anche di sbagliare due calci di rigore in una stessa partita, ed era una semifinale europea. Una squadra pazza, l'Inter, e anche per questo follemente amata, proprio come quegli amori eternamente litigarelli per cui si perde la testa. No, non ce n'è un'altra così: c'è solo l'Inter.