Sei Libri
Libri editi da Sei Lombardia
Oltre il «recinto». L'educazione popolare negli oratori milanesi tra Otto e Novecento Alfieri Paolo - Sei, 2011 - Teoria E Storia Dell'educazione
Negli anni compresi tra l'ultimo Ottocento ed il primo dopoguerra, gli oratori della diocesi di Milano vissero un periodo di particolare vivacità. Il loro incremento quantitativo fu accompagnato da una riforma organizzativa e pedagogica che, rispondendo ai bisogni emergenti dal processo di industrializzazione e modernizzazione del tessuto sociale milanese, propose modelli formativi destinati a segnare in modo decisivo l'immaginario pedagogico del Novecento. Il volume documenta il delinearsi del progetto di educazione popolare promosso dalla pastorale giovanile ambrosiana che offrì ai giovani percorsi di formazione religiosa, morale, patriottica e fisico-igienica. Inoltre, grazie all'analisi di fonti inedite o poco indagate, il libro ricostruisce la vita interna dell'oratorio, soffermandosi sui suoi spazi e i suoi tempi, sulle figure educative e sulle principali attività proposte, da quelle più tradizionali, come il catechismo e la ricreazione, a quelle più innovative, come la ginnastica, il cinema, il teatro e le iniziative economico-assistenziali. L'assunzione della più recente metodologia storiografica consente di osservare il "recinto" oratoriano da nuove angolature, che, superando una prospettiva esclusivamente istituzionale, indagano le intenzioni programmatiche e i risvolti più concreti della sua azione educativa.
Storia della colonna infame-Osservazioni sulla tortura Manzoni Alessandro Verri Pietro Jacomuzzi V. (Cur.) - Sei, 2011 - Sestante
Giugno 1630. Nella Milano sconvolta dall'epidemia di peste, si compie una tragedia privata nella tragedia pubblica: alcuni innocenti popolani vengono accusati di essere degli "untori" e di diffondere con delinquenziale malignità la mortale epidemia. A raccontarci la vicenda con genialità letteraria e intelligenza storica sono Alessandro Manzoni e Pietro Verri: un dramma in cui convergono con fatale gravità l'ignoranza dei tempi, la superstizione popolare, l'inettitudine delle istituzioni, la crudeltà dei costumi. A scolpire fino ai nostri giorni l'infamia esemplare dei fatti resta la lapide che riporta la sentenza di quel processo, e che ancora si può leggere nel cortile di Palazzo Sforzesco a Milano: "Qui dove sì apre questo spiazzo sorgeva un tempo la bottega di barbiere di Gian Giacomo Mora che, con la complicità di Guglielmo Piazza nell'infuriare più atroce della peste aspergendo di qua e di là unguenti mortali procurò atroce morte a molte persone. Entrambi giudicati nemici della patria il Senato decretò che issati su un carro e dapprima morsi con tenaglie roventi e amputati della mano destra avessero poi rotte le ossa con la ruota e intrecciati alla ruota fossero. Trascorse sei ore, scannati quindi inceneriti e le ceneri disperse nel fiume. A perenne memoria dei fatti lo stesso Senato comandò che questa casa, officina del delitto, venisse rasa al suolo e che si ergesse una colonna da chiamarsi infame." Premessa di Franzo Grande Stevens, intervento di Riccardo Noiry.