Abe Libri
Libri editi da Abe pubblicati nella collana Giallo Medioevo SCIENZE UMANE
Delitto a ponte Santa Trinità, l'amato assassinato: Pietro Bonaventura, rivale del granduca Francesco I de' Medici di Firenze Bascetta Arturo Cuttrera Sabato - Abe, 2024 - Giallo Medioevo
Gli omicidi non sono tutti uguali e in questo libro non sono uguali neppure le tre storie sulla fine ingloriosa dello sposo più bello del Granducato di Toscana. L'efferata uccisione di Pietro Bonaventura, della stirpe dei Bonaventuri, gentiluomini di Firenze, rimase una macchia indelebile ai piedi del Ponte di Santa Trinita. E non solo perché il povero amante di Cassandra era a sua volta tradito dalla moglie Bianca col Granduca Francesco I de' Medici, ma anche perché furono in dodici a finirlo, mentre inseriva la chiave nella toppa di casa. Pezzi del suo cervello restarono sul muro, mentre ancora il commando, guidato dal nipote dell'amante, sferrava la coltellata n.24. Non un urlo gli uscì dalla bocca tremula, ma solo un ultimo flebile respiro di quel corpo senza vita: - Deh, non più, di grazia: poiché io sono morto! E' la stessa moglie Bianca Cappello a raccontarlo nelle sue Memorie del 1585, quelle che qui abbiamo posto al confronto con una novella di Celio Malespini, scritta appena vendi anno dopo e che lui stesso considera «istoria vera». Non contenti, come di stile, abbiamo inserito nel testo una terza cronaca tratta dal manoscritto originale di Silvio e Ascanio Corona, anch'esso dei primi del Seicento. Questo omicidio, così efferato, a cui seguì quello di Cassandra Ricci, amante uccisa sempre dal nipote, fu presto messo a tacere dal Granduca, il quale, da compagno della vedova, ne divenne sposo. La favola dell'amore ricco cancella quella dell'amore povero. La fine del bel fiorentino, che aveva rapito per amore la bella veneziana, viene così messa a tacere. È la stessa Bianca a scoprire le carte del complotto che l'ha fatta Granduchessa di cui appare mandante, pur non essendolo, proprio il Granduca. Le cronistorie di altri autori arricchiscono la premessa e l'appendice, alle tre cronache del testo trascritte in fedeltà, e aiutano il lettore a penetrare in questa storia vera. Egli si ambienta perfettamente negli anni di fine Cinquecento, respirando l'aria di quando l'amore vinceva sugli atti matrimoniali. Ma è proprio l'affetto così smodato, ineguagliabile, della favola vissuta da Bianca e Pietro, a vacillare e a mostrare il suo punto debole, ora nella forza del potere e del comando, ora in quella del danaro di una eredità, che è poi la stessa cosa. Le «corna» frapposte dai rispettivi amanti, accettate dalla forza dell'amore, cadono miseramente davanti alla possibilità di diventare ricchi. Ecco allora che il più grande dell'amore, quello che aveva falsamente rinunciato al vile danaro per essere vissuto in carne e ossa, fallisce e svanisce con la bellezza del corpo che lascia spazio solo al rammarico, al rimpianto e alla voglia di rifarsi una vita. L'arma della passione di un nuovo amante, quello che stavolta può farti diventare ricco, è l'unica salvezza dall'amore puro che ti vuole per sempre povero.
Delitto a Via del Traditore, sgozzato alla befana: una lama per Alessandro I Duca di Firenze Cuttrera Sabato Bascetta Arturo - Abe, 2024 - Giallo Medioevo
Solo chi ama non bada alle minacce dell'amico del cuore o dell'amato. E Alessandro De' Medici e i suoi cugini, figliocci dello zio Papa, a sentire i cronisti, pare amassero tutto e tutti: gli amici e le donne, il danaro e il potere, Firenze e la famiglia. A reggere le redini era il Papa. A chi aveva dato la bacchetta ducale, a chi l'onore dell'ambasceria a chi del segretariato, ma a tutti quello di essere inconsapevoli spie nelle sue mani. Lui decise la pace fasulla con i Francesi: al futuro cristianissimo Re diede in sposa Caterina e al di lei fratello affidò la fede di Margherita d'Austria, figlia di Carlo V ancora in fasce. La bambola imperiale non crebbe all'improvviso, ma nel mentre visitò il futuro sposo a Firenze, lo Zio acquisito in Vaticano, e la bella Napoli, capitale di quel Regno, dove restò a studiare e a fare propri i modi gentili della corte dove si 'allevavano' tutti i principini d'Italia. Alessandro, già cresciuto, fra amicizie particolari e avventure amorose, impiegò il suo tempo a fortificare la città, allontanando da essa fuorusciti, condannati e avversari politici che si rifacevano al partito di Strozzi. Il Duca si fidava solo di Cosimo, e di Lorenzaccio, con i quali andava a spassarsela, passando da un letto all'altro, fra un consiglio dell'uno e il filosofare dell'altro. Poi Carlo V tornò vincitore dall'Africa e accelerò i tempi per incontrare tutti a Napoli, dove diede decine di feste durate decine di giorni in quei lunghi mesi di vacanza-lavoro a cavallo fra il 1535 e il 1536. Sembrò talmente motivato alla pace che, fra donativi e donazioni, condannò i dissapori e facilitò le unioni a ogni costo. Gli risultò però difficile dirimere la causa fra fuoriusciti fiorentini e il loro Signore, beffeggiato finanche a Partenope, tagliando corto con i suoi avversari e annunciando le nozze napoletane, seduta stante, fra la figlia e il Duca. E come da contratto, la cerimonia continuò a Firenze, dove il ritorno restò proibito agli esclusi i nemici, e dove gli sposi dispensarono baci e abbracci ai cardinali e agli artisti che ne dipinsero le lodi e forse le necessarie dosi di veleno almeno per il Cardinale Ippolito. Da quest'altro caso irrisolto nacque forse il risentimento del congiunto Lorenzaccio che iniziò a pensare, e a volte dire, di voler uccidere il cugino, padre e padrone di Firenze. L'odio divenne di dominio pubblico, ma il Duca diede poco retta a quelle dicerie di Cosimo e del Vettori, continuando a dare e a ricevere amore, più che fraterno, da Lorenzo, nel suo stesso letto di casa. Ma il cugino davvero premeditava il peggio, con la complicità di Scoronconcolo e di Freccia, che aveva tirato fuori dai guai, disposti perciò a tutto, perfino ad ammazzare il Duca. La qual cosa presto gli fu richiesta, dopo il consueto ballo in maschera della Befana, quando il Duca, un po' stanco e un po' invaghito di un amore inesistente, attese la morte nel letto del palazzo vuoto, di poi abbattuto dal successore, facendo nascere giustappunto la famosa via del traditore. Ma dalla spada alle chiacchiere passarono troppi giorni, quelli utilizzati da Cardinale Cybo per far credere ai Fiorentini che il Duca fosse vivo, in attesa che i militari prendessero tutte le fortezze. E mentre l'abile prelato nascondeva il cadavere, il senato ratificava la successione sul petto di Cosimo e la giovane moglie versava le sue prime lacrime. Si era consumato a Firenze un omicidio di stato, commesso da un congiunto, che era anche l'amico più caro e amato dalla vittima. La cabala del « 6 » sbizzarrì i Fiorentini più dei Napoletani, ma ormai Alessandro era morto, e del suo assassino non restò che una lettera di giustifica al parentato. Troppo tardi: gli ottimati e il senato avevano già scelto Cosimo.
Delitto a Spaccanapoli di Carlo Gesualdo: l'assassinio di Maria d'Avalos e Fabrizio Carafa Cuttrera Sabato Bascetta Arturo - Abe, 2023 - Giallo Medioevo
La collana sugli omicidi del secolo si arricchisce con la ricostruzione del doppio omicidio di Spaccanapoli, un altro giallo che turbò l'Italia dell'epoca, per chiuso velocemente per ammissione dei colpevoli assolti dal Viceré. Ma l'epoca in cui assistiamo al prolificare dei delitti d'onore è pregna di amanti uccisi dall'acqua tofana, per via dei costumi leggiadri che imperversano non solo a Spaccanapoli e Piombino, luoghi dei primari omicidi, ma in tutti i posti che si rinvengono fra copie e originali di manoscritti diversi, da quelli dei Corona alle sentenze, ma anche negli studi di tanti storici. Certo è che la via alla «Informazione» ufficiale sulla «misera morte» degli amanti D'Avalos-Carafa viene spianata da una miriade di indizi sulla bellissima Principessina di Venosa, corteggiata perfino da Giulio Gesualdo, zio del marito prossimo assassino, padrone di una miriade di feudi, da Gesualdo a Calitri, poi ereditati dal musico-assassino dopo la sua morte. Carlo infatti non possedeva che poco, essendo il genitore ancora padrone del Principato di Venosa. E fu proprio lo zio spione, amante solitario della bella moglie del nipotino, a spianare la via della vendetta, confinando al consanguineo il posto di Chiaia dove gli amanti copulavano. Carlo appare smarrito, benché spesso a riposo nel suo stesso palazzo, dove il corpo della moglie veniva di nascosto posseduto dal Duca d'Andria. Almeno fino a quando ebbe predisposta l'imboscata, in accordo con altri cavalieri e parenti, pronto a profanare la reputazione della nobile famiglia legata al Vaticano, e non solo per la figura dello zio del Cardinale Alfonso, finito anch'egli additato per istigazione alla tragedia. La casata, l'amore focoso, il Palazzo d'Andria e le serenate di Fabrizio sotto casa mentre Carlo dorme, fanno delle cronache e degli atti ufficiali riportati in questo testo una ricerca degna di tal nome che annulla l'amicizia fra le famiglie e punta a spiegare la storica vendetta del giovane che trascorreva le sue serate col prete musicista e la sua corte di armigeri, erari e servitori, pronti a uccidere per il padrone. Le serrature bloccate, la scusa di andare a caccia, l'amante a letto e in camicia da donna, e le grida sulle corna in Casa Gesualdo: gli elementi del giallo napoletano ci sono tutti per offrire al lettore l'ora della fine: le pugnalate del mandante sui corpi senza vita. La «Informazione» tratta dalla Vicaria, il processo scritto sulla scena del crimine, i testimoni, i tre esecutori materiali, e l'assoluzione finale di tutti, col placet del Viceré, riassumono questa storia nel dolore di una madre, costretta a spegnere la sua gioia davanti alle atrocità commesse dal nipote assassino della fanciulla più bella di Napoli.