Mia Madre Libri
Libri di Titolo Mia Madre con argomento Cvetaeva Marina
Mia madre e la musica Cvetaeva Marina Rea M. (Cur.) - Passigli, 2016 - Le Occasioni
Dopo "Una serata non terrestre", con i tre racconti compresi in questo volume, tutti appartenenti agli anni della maturità (1934-1935), concludiamo la serie di scritti autobiografici di Marina Cvetaeva. I due maggiori "Mia madre e la musica" e "Il diavolo" sono tra i racconti più famosi della grande scrittrice. Il primo di essi, oltre a rappresentare una bellissima testimonianza autobiografica sul difficile rapporto con la madre pianista e con la sorella Asja, offre una chiave importante per penetrare nel complesso modus poetandi di Marina, la cui poesia fortemente musicale si lega indissolubilmente anche e proprio con le sue esperienze infantili al pianoforte, sentite soprattutto come un'imposizione materna, ma non per questo meno fondamentali nella sua formazione. Il più breve e molto meno noto racconto "La fiaba di mia madre" costituisce un ulteriore tassello di questo apprendistato ancor più esistenziale che musicale-letterario; in un'atmosfera quasi irreale, rarefatta, assistiamo qui alla competizione tra Marina e Asja per ricevere l'attenzione della madre. Su un versante diverso ma anche complementare, e che potremmo definire in un certo senso 'etico', sta "Il diavolo". Qui il peccato e il mistero risiedono nel "desiderio segreto" di Marina bambina, primo germe di un senso di diversità esistenziale, di separatezza, persino di solitudine, difeso e combattuto dalla Cvetaeva per tutto l'arco della sua vita.
Mia madre e la musica Cvetaeva Marina - Henry Beyle, 2025
Quando invece di Aleksandr, figlio maschio desiderato, rivendicato, quasi precettato, nacqui solo e soltanto io, mia madre ricacciò impermalita un sospiro e disse: «Almeno avremo una musicista». Spinta assai precocemente da una madre pianista carica di aspettative, Marina Cvetaeva trascorre i primi anni di vita a cimentarsi, suo malgrado, nello studio del pianoforte. Vi si applica con impegno e curiosità, anche se gli esiti non sono appaganti, tra il timore infantile per i tasti - «denti enormi in un'enorme bocca fredda» - e l'insofferenza per il metronomo, ma non manca su di lei il fascino delle note e dello spartito, come il piacere che prova nel tracciare con grazia una chiave di violino sul pentagramma - «la sensazione di posare un cigno sui fili di un telegrafo». L'ostinato, quasi aggressivo, desiderio materno di educarla da piccola alla pratica della musica, che pure ama, è destinato a non dare i frutti sperati, ma con il passare degli anni, scrive Cvetaeva, e «dopo una madre simile», così accanitamente devota alla bellezza, «soltanto una cosa mi restava: diventare poeta». Un modo alternativo per dare espressione, crescendo, a quella immensa passione ricevuta in dono che altrimenti l'avrebbe soffocata: scegliere di suonare, e con ben altro talento, la musica dei versi.