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Libri di Titolo M
Mettimi in un sacco e spediscimi a casa O'brien Tim - Mondadori, 2023 - Oscar Moderni
«Sono venuto fuori da una guerra e sono entrato in un'altra.» Nato tra le praterie del Minnesota, in una cittadina orgogliosa di essere la "capitale mondiale del tacchino", Tim ha passato l'infanzia tra i veterani della Seconda guerra mondiale, a nutrirsi dei ricordi della vittoria del 1945. E mai avrebbe pensato di finirci anche lui, in guerra. Invece nell'estate del 1968, tornato dal college, riceve la chiamata ad arruolarsi. Da qui prende le mosse il suo racconto: prima la stolida brutalità del campo di addestramento, tra fantasie di diserzione e disillusione; poi la partenza per il Vietnam, i primi giorni da "fottuto pivello" nella Compagnia Alfa, l'infinita sequela di giorni sempre uguali, a lottare contro il caldo, le mosche, gli invisibili vietcong, i cecchini, un villaggio via l'altro da perlustrare, ripulire, bruciare, tra le spiagge, i campi minati di My Lai e le spettrali gallerie. Pubblicato nel 1973, "Mettimi in un sacco e spediscimi a casa" è l'opera d'esordio di Tim O'Brien, uno dei più potenti libri sul conflitto del Vietnam che, senza alcun filtro, esplora le ambiguità degli esseri umani e della loro morale in una guerra in cui nessuno ha mai davvero creduto.
Mettimi in un sacco e spediscimi a casa O'brien Tim - Piemme, 2011
Il nero delle notti in Vietnam è solido, ti si appiccica addosso. Cammini in fila, ti hanno ordinato di metterti in marcia per un’imboscata, ma quello che ti preme è non perdere di vista i compagni, non rimanere solo in mezzo alla boscaglia, dove ogni cespuglio può nascondere un nemico. Sei come un bambino nella foresta degli spettri, e sapere che sono dei Charlie non li rende meno spaventosi. Tim non avrebbe mai pensato di trovarsi lì. Cresciuto in una cittadina che si vanta di essere la capitale mondiale del tacchino, voleva andare al college, e fino all’ultimo aveva accarezzato l’idea di disertare. Era una guerra sbagliata, e dato che ti chiedevano di morire per quella, doveva essere pure una guerra cattiva. Ma poi, per non perdere la faccia di fronte ai suoi concittadini, quegli stessi che non sanno nemmeno come si scrive Hanoi, decide di andare. Addestramento a Fort Lewis, da dove, dice O’Brien, bisogna partire per capire il Vietnam e il massacro di My Lai, sbarco in Vietnam come fucking new guy, fottuto pivellino, giornate in spiaggia, birra e donne come essere in vacanza. Poi la prima linea, i cecchini, i compagni colpiti sotto i tuoi occhi, le pallottole che ti sibilano nelle orecchie, ti trapassano l’elmetto, ma tu sei ancora vivo. La paura che ti tiene in vita, gli amici che ti fai e quelli che perdi per sempre. E i vietcong, che sono ovunque, e se ne fai fuori uno, ce n’è un altro che lo rimpiazza, all’infinito, e che l’America uscirà sconfitta lo capisci perché appena ti sposti perdi quello che hai occupato il giorno prima al prezzo di tante vite umane, perché importa più la conta dei nemici uccisi piuttosto che conquistare i loro cuori. Così l’unica cosa che desidera davvero un soldato è sfangarla, ottenere un posto in retrovia e poi tornare a casa. Ma Tim è uno scrittore, e invece di lasciarsi tentare dall’oblio, scrive le pagine più belle e disincantate che siano state scritte sul Vietnam.