Il sigillo del tribunale rabbinico di Nyesheve brucia sotto gli occhi dei settanta saggi giunti dalle terre di Polonia e Galizia.
Un uomo dall'identità perduta compare davanti al consesso religioso per rispondere di un passato oscuro, innescando un conflitto insanabile tra la santità presunta di un cabalista e l'impurità di un mendicante.
Nahum varca la soglia della città con il volto segnato da quindici anni di erranza silenziosa tra i confini dell'impero.
Il vuoto regna.
La sua figura sovrappone il ricordo di un dotto genero di Rabbi Melech a quello di Yoshe, l'emarginato sposo della figlia dello scaccino durante la piaga che flagellò Bialogura.
La comunità si spezza sotto il peso di questa scissione dell'identità mistica che trasforma la devozione in una faida fratricida tra i hassidim, costringendo i giudici a districarsi in un labirinto di apparizioni, testi sacri profanati e preghiere che risuonano come confessioni di colpe mai del tutto espresse.
L'uomo abbassa lo sguardo sulle proprie mani logore, tacendo la verità definitiva sotto il peso dei sogni infranti.
Per chi è
✔ Lettori di letteratura yiddish del Novecento.
✔ Chi segue la narrativa ambientata nell'Europa orientale.
Perché è diverso
La narrazione esplora la fluidità del sé attraverso una struttura corale che trasforma un processo rabbinico in un'indagine metafisica sull'esilio interiore. L'opera si distacca dai canoni storici focalizzandosi esclusivamente sulla sovrapposizione tra santità e degradazione umana.
Dettagli Bibliografici
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