Il crepitio della ceralacca che sigilla i testamenti degli Uzeda risuona tra le pareti austere del palazzo di famiglia, mentre l'eredità si sgretola in un groviglio di ambizioni spietate.
Federico De Roberto traccia l'ascesa e la decadenza di una nobile stirpe siciliana, incastrata tra le resistenze dei privilegi feudali e i tumultuosi mutamenti dell'Unità d'Italia.
Consalvo Uzeda osserva i pavimenti di marmo scricchiolare sotto il peso di una discendenza che non sa guardare oltre la propria ombra, sacrificando affetti e onore per mantenere intatto un potere ormai svuotato.
Tutto marcisce lentamente.
L'antico casato, protetto dalla gestione ereditaria dei latifondi, si scontra con l'incedere di una storia che trasforma i vecchi privilegi in polvere, lasciando spazio solo alla cinica ricerca di una posizione nel nuovo assetto politico.
I membri della famiglia, uniti da un odio viscerale quanto dalla necessità di sopravvivenza, tessono trame di silenzi e vendette personali in una Sicilia in bilico tra il feudalesimo e l'incerto domani post-risorgimentale.
Questa cronaca dell'immobilismo sociale negli Uzeda descrive le metamorfosi di un ceto dirigente incapace di comprendere il mondo che cambia, stretto in una morsa di ambizione e pregiudizi arcaici che ne divorano la sostanza stessa.
L'ultima candela si spegne, lasciando i ritratti degli antenati a scrutare un vuoto fatto di ricchezza vana e memorie corrose dal tempo.
Per chi è
✔ Lettori di narrativa storica ottocentesca siciliana.
✔ Estimatori del realismo letterario di stampo verista.
Perché è diverso
L'opera si distingue per la precisione chirurgica con cui analizza la decomposizione biologica e morale di una casta, negando ogni ideale romantico. La struttura narrativa priva di sentimentalismi restituisce un affresco implacabile dove ogni personaggio, pur nel suo peso specifico, è pedina di un decadimento inesorabile.
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